Il testamento di Caprotti

download-1 Il testamento di Bernardo Caprotti, il patron di Esselunga da poco morto all’età di 91 anni, non contiene soltanto disposizioni di carattere finanziario rivolte ai legittimi eredi, che nel caso specifico erano già sul piede di guerra da alcuni anni per la spartizione del patrimonio, come avviene quasi sempre in tutte le grandi Dinasty del pianeta.

Il testamento del geniale imprenditore che importò il supermercato all’americana nell’ Italia del boom economico, realizzando negli anni la più importante rete di distribuzione nel nostro Paese e dando lavoro a migliaia di addetti, contiene anche la sua filosofia aziendale che si sintetizza nel monito, messo nero su bianco, secondo il quale la possibilità che la Esselunga venga acquisita dalle Coop rosse “non deve mai accadere”.

Meglio sarebbe (così pensava) trovare in futuro un compratore straniero, purché libero imprenditore che operi nel libero mercato, che cedere la sua amatissima creatura al nemico di sempre.

Il motivo di tanto risentimento e di tale comprensibile preoccupazione, Caprotti lo aveva spiegato alcuni anni or sono nel suo libro “Falce e carrello”, dove raccontava la guerra e la concorrenza (sleale) che gli erano state fatte non con armi legittime di carattere commerciale, ma utilizzando la leva della politica (in particolare nelle regioni dove le Coop hanno ampio margine di gioco grazie alla loro affinità con le classi dirigenti) e in piena violazione delle regole del libero mercato.

«Falce e carrello» fu, dunque, un duro atto d’accusa contro le rivali storiche, le Coop rosse, capaci di operare un «controllo del territorio» che ha limitato negli anni la crescita di Esselunga e ha mortificato la concorrenza a danno dei consumatori.

Dove i supermercati Coop operano in regime di semi-monopolio, come a Ferrara e in Liguria, sosteneva Caprotti sulla base di un’indagine della francese Panel International, i prezzi sono più alti anche del 10-15%. Dove ci sono le Coop «non si entra», egli disse ed arrivò persino a presentare una denuncia in Procura. Quando ci provava, infatti, gli capitava che talvolta il permesso non glielo davano – magari con la scusa delle rovine etrusche spuntate nel cantiere – per poi girarlo a sorpresa ai suoi concorrenti. Era accaduto a Bologna in via Costa, dove, sullo stesso terreno che nel 2000 era stato negato a Esselunga dalla Sovrintendenza ai Beni archeologici, era poi sorto un supermercato della rossissima Coop Adriatica.

Ciò nonostante, Bernardo Caprotti ha sempre tirato dritto per la sua strada, con la cocciutaggine di un mulo e la capacità del grande imprenditore. Lo testimoniano i 150 supermercati Esselunga attualmente in attività, che danno lavoro a oltre ventimila persone: una chiarissima vittoria della libera impresa e una conferma che in Italia scorre ancora una vena creativa e produttiva, che speriamo non si esaurisca mai. Purché l’ appassionante vicenda di Caprotti trovi giovani imprenditori pronti a emularla.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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