E’ questa la Buona scuola?

images In un bell’ articolo pubblicato sul “Corriere fiorentino” il 21 settembre, Valerio Vagnoli, forte della sua lunga esperienza sia di insegnante che di dirigente scolastico, commenta amaramente le recenti dichiarazioni del ministro della Pubblica istruzione, Stefania Giannini, che ha annunciato l’ultima “rivoluzione copernicana” per la scuola italiana: abolizione dei voti numerici alle elementari, divieto o quasi di bocciare, semplificazione degli esami finali alle medie e alle superiori.

La natura ideologica, per nulla mascherata, di tali provvedimenti, il Vagnoli ce la indica chiaramente, e infatti scrive: “Certi mutamenti vengono anche da lontano, da certo egualitarismo sessantottino, che da noi, al contrario di altri Paesi, è eterno e sempre verde.”

Insomma, siamo alle solite: più che una buona scuola qui si vuol fare una scuola buonista, dove il merito, le capacità individuali e le eccellenze verrebbero disciolti in una brodaglia omologante nella quale nessuno è migliore degli altri, perché sono tutti uguali per decreto legge o volontà divina; nessuno può distinguersi perché, secondo l’antica e purtroppo in Italia sempre attuale visione padagogica donmilaniana-cattocomunista, la scuola è di massa; nessuno deve tagliare per primo il traguardo, perché chi resta indietro potrebbe sentirsi uno svantaggiato e magari, anziché incolpare se stesso per la scarsa volontà di passare ore sui libri, potrebbe prendersela coi compagni più volenterosi e maturare sentimenti di rancore e ribellione.

Se guardiamo a un passato non troppo lontano, vediamo, infatti, che le scuole del popolo (o del “volk”) le hanno edificate, guarda caso, i regimi totalitari con il loro ideale del cittadino perfetto, ovvero del perfettamente uguale a tutti agli altri, proprio indicando un solo percorso culturale-educativo da seguire nell’ utopia egualitaristica della società sovietica, nazista o maoista. Altro discorso andrebbe fatto, invece, per il regime fascista che, grazie al filosofo Giovanni Gentile, vide realizzata la migliore riforma scolastica della storia italiana.

Nei sistemi scolastici di stampo anglosassone, ispirati alla cultura liberale, il merito è invece premiato. Gli studenti sono spinti ad una sana competizione per dimostrare le loro capacità, e poi i risultati dei loro sforzi vengono premiati attraverso un meccanismo di incentivi e borse di studio che permettono anche a quelli socialmente più svantaggiati di arrivare primi, e quindi di poter accedere alle migliori università. Ne abbiamo sotto gli occhi un esempio chiarissimo nella figura del presidente Barack Obama: figlio di semplici immigrati di origine africana, proprio grazie alla vituperata meritocrazia americana, poté laurearsi all’università di Harvard, la più prestigiosa e costosa al mondo, diventare docente universitario e successivamente il primo cittadino degli USA.

E in Italia? A differenza di tutti gli altri Paesi avanzati, Cina compresa, si continua ad andare nella direzione opposta, ovvero nel voler facilitare i percorsi di studio, temendo che una scuola selettiva sia antidemocratica e impedisca alla maggioranza dei giovani di completare la loro formazione. Ma non è così: ormai nella nostra società il diritto allo studio è pienamente garantito e, inoltre, la mobilità sociale si realizza proprio grazie alla capacità dei singoli di dimostrare valore ed impegno.

La domanda a questo punto è se la scuola pubblica italiana sia ancora all’ altezza del suo compito in un mondo globalizzato, dove i nostri studenti si trovano a competere sul mercato del lavoro con studenti stranieri usciti da sistemi educativi molto più selettivi.

Probabilmente è il concetto stesso di scuola pubblica che va ripensato nella sua essenza; perché soltanto aprendo il mondo dell’ istruzione ai privati, o meglio creando una dialettica positiva di tipo pubblico/privato, si potrà dare il via a una sostanziale riforma scolastica che poggi su due pilastri fondamentali: 1. la meritocrazia; 2. uno stretto rapporto con il mondo del lavoro.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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