Come l’ antica Roma

download Ci ha provato l’ attuale ministra della Salute, Betarice Lorenzin, con una male orchestrata campagna pubblicitaria, a richiamare l’attenzione degli italiani su un tema centrale e drammatico dei nostri tempi: la crisi demografica. Il risultato del “Fertility day” (già la scelta della parola inglese suscita perplessità) è stato, però, un buco nell’acqua o, se si preferisce l’ anglismo, un vero flop, che ha prodotto solo risposte ironiche nei social e nessuna seria riflessione. D’ altra parte, pensare che sarebbero bastati dei poster attaccati qua e là per l’ Italia, con messaggi ripresi dallo stile del marketing, a convincere le giovani donne a diventare rapidamente madri, era pura illusione.

Il problema del calo demografico, comunque, resta ed è gravissimo, anche se ovviamente non riguarda soltanto il nostro Paese bensì tutta l’ Europa. La gravità del problema viene spesso riduttivamente spiegata prefigurando le difficoltà a cui andrà incontro il sistema pensionistico se continueranno ad aumentare gli anziani, mentre non ci saranno più giovani lavoratori a versare i contributi per le pensioni dei loro genitori. In verità, se si analizza a fondo la questione, si comprende che è in gioco, oltre alla tenuta del sistema pensionistico, la sopravvivenza stessa della nostra società. Anche se questa può suonare come un’affermazione catastrofista, è la storia del mondo antico a spiegarci che, per esempio, ci fu uno stretto legame causale tra la crisi demografica e la fine della grande civiltà romana.

Nel libro dello storico francese Michel De Jaeghere, da poco tradotto in italiano col titolo “Gli ultimi giorni dell’ Impero romano”, si analizza, a partire dal Terzo secolo dopo Cristo, il declino demografico, precisando che non fu causato soltanto dalla “peste antonina”, la quale imperversò sotto Marco Aurelio e Commodo. Ci furono cause di carattere economico, come l’ eccessiva fiscalità, la crisi dei ceti produttivi e la disoccupazione, ma anche cause di carattere culturale: “Le famiglie erano fragili e poco feconde. Il concubinato rimaneva la norma, il divorzio era frequente, la mortalità elevata. Le province di frontiera del Reno e del Danubio (Rezia, Norica, Pannonia, Mesia) avevano una densità di popolazione bassissima; per questo avrebbero esercitato sui barbari che vivevano dall’ altro lato del confine un’attrazione irresistibile”.

Furono lo spopolamento delle zone di confine e la mancanza di nuove leve nell’ esercito che aprirono la strada alla penetrazione delle popolazione germaniche, alcune delle quali vennero inizialmente arruolate al posto dei soldati romani per cercare di fermare le successive invasioni. Le ondate migratorie, però, non si arrestarono, perché i limes non erano più difesi da soldati fedeli a Roma; fino a quando l’ ultimo imperatore, il giovane Romolo Augustolo, nel 476 venne deposto proprio dal suo generale barbaro Odoacre, decretando così la fine dell’ Impero romano d’ Occidente.

De Jaeghere, utilizzando le fonti letterarie, spiega che nella Roma del declino la contraccezione era largamente utilizzata: “Galla – scriveva Marziale in uno dei suoi Epigrammi – vuole essere soddisfatta ma non vuole figli”. “Qui – dichiarava un contadino di Crotone nel Satyricon di Petronio – nessuno cresce bambini perché se si hanno degli eredi naturali non si viene invitati ai banchetti, né agli spettacoli, si è esclusi da ogni piacere e si vive in tristezza tra la feccia”. Nel II secolo, inoltre, l’aborto era diventato una pratica frequente, come anche l’ omosessualità che si era diffusa nell’ aristocrazia sulla scia delle influenze orientali, di cui gli imperatori della dinastia dei Severi furono veri e propri cultori.

Come non stabilire, a questo punto, dei raffronti tra la crisi dell’ Impero romano e i giorni nostri? I collegamenti sono sotto gli occhi di tutti: crisi economica, disoccupazione, calo demografico e una vera e propria invasione di migranti (nel nostro caso provenienti da Sud e da Est) sono esattamente gli stessi fattori che portarono alla fine della civiltà romana e che oggi minacciano fortemente la stabilità dei Paesi europei.

Michel De Jaeghere conclude il suo libro dicendo che la storia dell’ antica Roma dovrebbe essere per noi un monito: “ Possiamo persuaderci del fatto che i sintomi che annunciavano la caduta dell’Impero romano di occidente si erano manifestati in modo chiaro ai loro contemporanei. Che le élites del V secolo (la generazione degli ultimi Romani che fu testimone del sacco di Roma e della perdita della sua potenza) avevano presagito che avrebbero vissuto grandi avvenimenti, che il destino li aveva scelti per assistere all’ affondare del più grande impero mai esistito sotto il cielo. Che non soffriremo alcun male finché non noteremo nessuno dei segnali che avevano fatto intuire loro il disastro. Non è così, però. I contemporanei della fine dell’impero romano, infatti, rifiutarono di crederci per tutto il tempo in cui riuscirono ad afferrarsi alle loro chimere. Roma ci serve da avvertimento”.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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