A Bruxelles una tragedia annunciata

bruxelles Obama, a Cuba, ha celebrato a modo suo la fine della Guerra Fredda, che in verità era finita già dal 1989 con la caduta del Muro di Berlino e la conseguente sconfitta del comunismo sovietico; per cui andare oggi a stringere la mano di Raul Castro non ha certo lo stesso significato dello storico incontro tra Reagan e Gorbaciov, ma sembra più una visita di cortesia tra vicini di casa che un tempo s’azzuffavano per la pulizia delle scale condominiali. Durante il suo secondo mandato, però, il Presidente democratico ha accelerato il ritiro delle truppe americane dall’ Iraq, lasciando campo libero alla nascita dello Stato islamico (Daesh), e ha contribuito direttamente alla caduta del regime di Gheddafi, ovvero alla destabilizzazione della Libia e successivamente alla nascita di una colonia mediterranea dell’ Isis, proprio di fronte a casa nostra.

Esattamente negli stessi giorni delle passeggiate all’ Avana, Bruxelles, la pseudo capitale d’ Europa, veniva devastata da un attacco jiddahista con i risultati ai quali siamo ormai tragicamente abituati: decine di morti e un centinaio di feriti tra l’ aeroporto e la metropolitana, a cui poi è seguito il solito rituale delle candeline accese sui luoghi colpiti dai kamikaze islamici, la bandiera nazionale belga listata a lutto e poi diffusa sui social come nel 2015 era stato fatto per quella francese, i bambini delle elementari che portano i disegni delle vittime colorate di rosso, il piagnisteo delle prefiche di turno come la Mogherini, alta rappresentante della inesistente politica estera della Ue, la lunga maratona dei tg dedicati alla sciagura e, per finire, i ministri degli Interni che chiedono un maggiore coordinamento dei servizi d’intelligence pur sapendo che in Europa ognuno va per conto proprio. Poi calerà di nuovo il silenzio, fino al prossimo attentato, che ormai non è più una possibilità ma una certezza, visto che il Califfo ha sempre mantenuto ciò che aveva annunciato nei suoi orribili comunicati.

La verità è che l’ Occidente non è mai stato così debole come in questi anni, da quando cioè gli USA a guida obamiana hanno deciso di disimpegnarsi dallo scacchiere mediterraneo e mediorientale, per concentrarsi sull’ area del Pacifico in funzione di un contenimento del colosso cinese. Così è accaduto che l’ Europa multiculturalista, open and friendly, sia stata messa in ginocchio contemporaneamente dalla massiccia ondata migratoria e dagli attacchi dell’ Isis contro le sue capitali: da una parte, dunque, la notte di capodanno a Colonia, in cui si è celebrato il gap incolmabile tra la civiltà del maschilismo islamico e quella europea delle pari opportunità e del femminismo; dall’ altra la strage di Charlie Hebdo e del libero pensiero, l’ attacco al bistrot e alla sala da concerto parigini, perché nell’ottica dei fondamentalisti la musica è peccato, bere la birra è segno di corruzione e uscire la sera con gli amici e le amiche è immorale.

Il cerchio mortale si è poi chiuso a Molenbeek: la città separata, il quartiere di Bruxelles (circa 90 mila immigrati di religione musulmana) dove il Belgio multiculturalista ha tollerato la pratica della saharia, gli imam predicatori di odio e le donne coperte col burqa nero dalla testa ai piedi. A Molenbeek, lo Stato democratico ha abdicato al suo ruolo di legislatore e controllore; lì, nel corso degli ultimi vent’ anni, è nata e cresciuta una generazione di giovani islamici, in gran parte disoccupati e dediti alla microcriminalità, che poi hanno trovato nella bandiera nera del Califfato la guida spirituale/militare che li ha addestrati, radicalizzati e trasformati in foreign fighters per la Siria, nonché terroristi suicidi nelle capitali europee.

Per anni il governo del Belgio (un groviglio incomprensibile di sindaci e borgomastri, comunità francofone e comunità fiamminghe, varie polizie, istituzioni nazionali e istituzioni locali che non comunicano tra loro, praticamente uno Stato colabrodo) ha guardato dall’ altra parte, mentre i terroristi entravano e uscivano dalle frontiere nazionali, grazie alla libera circolazione decisa a Schengen e alle politiche tolleranti attuate durante tutta la seconda metà del Novecento. E’ stato così anche a Londra per molti anni, almeno fino alla distruzione delle Torri gemelle di New York, in seguito alla quale gli americani pretesero dai loro cugini una politica antiterroristica più severa. Anche a Parigi, dagli anni della prima ondata migratoria proveniente dalle ex colonie, la politica socialista aveva promosso il mito della società multiculturalista, entrato in crisi con le rivolte nelle grandi banliue parigine e poi definitivamente affossato nei giorni delle stragi di Charlie Hebdo e del Bataclan. Fu allora che il presidente Hollande sembrò risvegliarsi da un lungo sonno, per annunciare a tutto il mondo che la Francia era stata messa sotto attacco dagli stessi a cui aveva dato cittadinanza, scuole pubbliche e servizi sanitari gratuiti: gli immigrati della seconda e terza generazione.

Martedì 22 marzo è toccato a Bruxelles, il cuore artificiale della Ue, capire che una nuova ideologia totalitaria ha dichiarato guerra ai liberi uomini e alle libere donne del Belgio, della Francia, della Germania, dell’ Italia, della Spagna eccetera. Ma purtroppo, come negli anni Trenta del secolo scorso, quando la politica dell’ appeasement si rivelò tragicamente fallimentare con il nazismo, anche questa volta le nazioni europee stentano a trovare il coraggio e la determinazione necessari per difendersi e contrattaccare. Ancora, tra i nostri leader, c’è chi teme a pronunciare la parola “guerra”.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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