8 novembre 2016: la svolta.

images Ho un’impressione, ma si tratta comunque di un’ impressione che si rafforza ogni giorno che passa dall’ 8 novembre, o meglio dal giorno dopo, quando al telegiornale del mattino di La7 appresi la travolgente notizia della vittoria di Donald Trump. E questa mia impressione, per essere più preciso, è che sia accaduto un fatto epocale, cosi importante e carico di conseguenze (positive o negative, staremo a vedere) da segnare, appunto, una svolta, il passaggio da un’ epoca all’altra.

E’ già successo in passato: per esempio nel 1989, con il crollo del Muro di Berlino che portò alla fine del comunismo sovietico. In Italia avvenne qualcosa di veramente importante nel 1922, con la marcia su Roma ad opera delle camicie nere di Mussolini; decisivo fu anche l’ armistizio che il re Vittorio Emanuele III e il capo delle Forze armate Badoglio siglarono con gli alleati anglo-americani e poi annunciarono l’ 8 settembre 1943. Un’altra data storica, sempre per il nostro Paese, è stata il 1993, con la discesa in campo di Silvio Berlusconi (non lo dico io, ma l’autorevolissimo E. Galli Della Loggia in “Tre giorni nella storia d’Italia”).

La vittoria di Donald Trump, già alle primarie del Partito repubblicano e poi alle presidenziali, ovviamente non avrà conseguenze solo sulla politica degli USA, come penso capisca pure un bambino di scuola elementare. Anche se tra Trump e Berlusconi sono state evidenziate dai cronisti delle somiglianze per essere entrambi imprenditori di successo nonché ricchi sfondati, che poi si sono dati alla politica con altrettanto successo, almeno in termini di consenso elettorale, è chiaro, però, che divenire presidente americano, con tutti i poteri conferiti dalla Costituzione e l’enorme apparato bellico e produttivo degli States, vale molto di più che governare l’ Italia, dove il capo del governo non riceve l’investitura direttamente dal popolo e guida un Paese che ormai è praticamente a sovranità limitata, a causa del suo essere nella UE e peraltro fortemente indebitato.

Ma perché credo che la vittoria di Trump cambierà la Storia, molto più di quello che abbiano fatto il suo predecessore Obama e anche i due presidenti Bush? Innanzitutto perché egli ha detto durante la campagna elettorale e ribadito negli ultimi giorni che la politica estera degli USA tornerà quella di un tempo, ovvero sarà isolazionista. Questo significa rinunciare alla nefasta teoria della “esportazione della democrazia”, che in passato era stata sostenuta da tutti quei presidenti (democratici e repubblicani) i quali nel corso di decenni trascinarono i soldati americani in Viet-Nam, Afghanistan, Iraq, Libia, e inoltre costruirono l’ ombrello militare della NATO, che ha protetto l’ Europa democratica dall’ URSS durante la Guerra Fredda e continua ancora oggi a svolgere un ruolo che, invece, andrebbe ripensato completamente.

Se è vero che nei prossimi mesi o anni gli USA inizieranno a ritirare i loro soldati dalle basi NATO dislocate oggi persino in Romania, Polonia e nei Paesi baltici, oltre che in Italia, Germania ecc., l’ Europa dovrà necessariamente pensare alla propria difesa autonomamente, e questo le farà certamente bene, perché la costringerà a fare un salto di qualità e forse non potrà più essere esclusivamente un’ unione monetaria com’è oggi. E se è anche vero che il nuovo presidente americano vuole riallacciare buoni rapporti con la Russia di Putin, proprio a partire dalla smilitarizzazione dell’ Europa dell’ Est, questo farà sì che il clima distensivo riguardi anche noi italiani, che in questi ultimi anni abbiamo perso un sacco di export e di soldi a causa dell’ embargo commerciale contro la Russia voluto in primis da Obama, artefice della nuova ondata di gelo levatasi da Washington contro Mosca.

C’è poi la grande questione della globalizzazione, che implica la totale libertà che hanno oggi le merci di viaggiare nel mondo e che ha fatto così conquistare intere fette di mercati nazionali a Paesi, come la Cina, produttori di merci a basso costo grazie al fatto che da loro gli operai vengono pagati pochissimo. La globalizzazione ha anche permesso la delocalizzazione delle industrie occidentali sempre in quei Paesi dove, grazie al basso costo della mano d’opera, è più conveniente produrre, com’ è avvenuto soprattutto per le grandi multinazionali. Visto che Donald Trump vuole anche fare una politica protezionistica negli USA, in modo da creare lì nuovi posti di lavoro, è realistico pensare che questo atteggiamento possa diffondersi oltre i confini americani e, per esempio, essere condiviso nei Paesi europei più indipendenti dai diktat di Bruxelles, come potrebbe essere la Francia dopo la probabile sconfitta di Hollande alle prossime elezioni o l’ Austria o l’ Ungheria o la Bulgaria, dove è stato appena eletto un presidente non certo “mondialista”.

Terzo punto importantissimo: il tema dell’immigrazione e delle frontiere. Donald Trump su questo argomento è stato chiarissimo, perché ha detto prima e ripetuto dopo la vittoria che intende espellere dagli USA quei circa due milioni di immigrati clandestini, i quali vivono commettendo crimini, e poi che vuole dare forza alla frontiera col Messico, costruendo e ricostruendo il muro, visto che in parte già esiste, per impedire l’attraversamento illegale del confine. Non c’è dubbio che questa idea, già anticipata dal voto degli inglesi che hanno scelto la Brexit proprio per ragioni analoghe, andrà a rafforzare i partiti e i movimenti che in Europa vogliono mettere fine alla politica dell’ accoglienza-per-tutti voluta dai sostenitori del mondo globalizzato e “no borders”( da Angela Merkel e Juncker a papa Francesco e Laura Boldrini).

Ultimo argomento che ora vorrei solo accennare ma che certamente approfondirò in seguito: con la vittoria di Trump è stato sferrato un colpo durissimo all’ ideologia mondialista e a tutto quel sistema guidato dalle grandi élites internazionali che non hanno patria, né si identificano con una nazione, perché appunto la loro esistenza è basata esclusivamente sullo scambio delle merci e sui flussi finanziari, la loro lingua è l’ inglese di Wall Street, ovvero la stessa che si parla alla BCE di Francoforte e alla borsa di Tokio, e la loro religione non è quella del sano capitalismo che produce ricchezza diffusa e posti di lavoro, ma la matematica finanziaria che regola le transazioni globali e valutarie.

Oggi, dunque, ho proprio l’impressione che sia iniziata una nuova era soprattutto per quelli che, a prescindere dalle loro idee e convinzioni politiche, credono nell’ importanza dell’autonomia dei popoli, nel valore del lavoro degli uomini, nella sacralità delle tradizioni nazionali, nella ricchezza creativa delle lingue e nella estrema bellezza della loro diversità.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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