Una mission possibile

diga Presto 450 soldati italiani partiranno con destinazione Iraq, per difendere i lavori di riparazione della grande diga di Mosul, il cui appalto è stato assegnato ad una nostra ditta specializzata, la Treviri. Quella diga è una infrastruttura fondamentale, oggi è difesa dai peshmerga curdi, ma, se cadesse in mano ai seguaci del Califfo, potrebbe diventare un’arma letale contro la stessa capitale Baghdad. In passato si è già combattuto in quell’area e la diga, che è stata danneggiata, richiede urgente manutenzione.

I militari italiani stanno così per mettere “gli scarponi sul terreno” (boots on the ground) e, nonostante che la ministra alla Difesa Pinotti abbia dichiarato che essi non andranno lì a combattere, tutto fa supporre l’ esatto contrario: i terroristi dell’ Isis sono stanziati a poche decine di chilometri da Mosul e molto probabilmente non gradiranno la presenza di un esercito straniero in quello che ormai considerano il “loro” Stato.

L’annuncio è stato già dato da Matteo Renzi in tv (secondo il suo tipico stile comunicativo ), ma la missione necessita di un passaggio e di un’approvazione in Parlamento, proprio perché 450 soldati che partono per l’ Iraq non stanno andando a fare un’esercitazione o una scampagnata e, purtroppo, in passato le forze armate italiane hanno già versato il loro sangue in quella terra, in particolare nel 2003 a Nassirya, come tutti ricordano.

La domanda è, quindi, naturale: facciamo bene o facciamo male a rispedire i nostri militari in Iraq?

Per la precisione, in Iraq l’ esercito italiano è già attivo con alcuni aerei Tornado che svolgono azioni di ricognizione e individuazione degli obiettivi, e diverse centinaia di istruttori per l’esercito regolare iracheno. Almeno apparentemente, gli italiani non sono stati coinvolti direttamente in azioni di guerra, a differenza degli americani e degli inglesi che bombardano le postazioni dell’ Isis. I soldati che andranno a difendere la diga da eventuali attacchi dei tagliagole, invece, sono pronti a combattere, anche se la Pinotti ha cercato di rassicurare l’opinione pubblica.

L’ Italia è una media potenza piazzata al centro del Mediterraneo e, di conseguenza, ha uno specifico interesse affinché il Medioriente si stabilizzi, per ridurre le ondate migratorie che si riversano sulle sue coste ormai da un paio di anni. C’è poi la questione della Libia, in cui l’Isis ha già conquistato la città di Sirte e tenta di espandersi, che costituisce una minaccia diretta alla nostra sicurezza nazionale. Non c’è dubbio che in quella polveriera occorre agire con raziocinio e finora ha fatto bene il nostro governo a non accodarsi agli Sati occidentali e alla Russia che stanno bombardando Daesh,lo Stato Islamico (ci sono fin troppi aerei che sfrecciano in quei cieli ). Ma questo non deve significare rinunciare ad assumersi delle responsabilità quando serve, per non correre rischi sul teatro di guerra o nei nostri confini.

Certo, bisogna che i 450 militari italiani non siano mandati a difendere una fortezza indifendibile nel mezzo del deserto dei Tartari, come accade nel celebre romanzo di Buzzati. Essi dovranno essere supportati da un’ adeguata rete logistica e anche protetti da copertura aerea: insomma, se Renzi vuole comportarsi da statista di un certo livello, fa bene; ma dimostri che questo non avviene a scapito dei nostri soldati. Perché la triste storia di Latorre e Girone, i fucilieri della Marina praticamente lasciati per anni nella prigione indiana, non dovrà mai più ripetersi

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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