Un ragazzino siriano insegna

Un ragazzino siriano, appena messo piede sul suolo europeo ed intervistato da un cronista televisivo, riassume in poche parole, dette in un inglese elementare ma comprensibilissimo, tutta la questione di politica internazionale che sta all’origine dell’attuale invasione del nostro continente da parte di migliaia di profughi mediorientali: nel mio paese c’è la guerra -egli dice – se volete fermare le migrazioni, fermate la guerra.

Affermazione sacrosanta, che manda al macero il pacifismo arcobaleno e al tempo stesso la mentalità dell’appeasement (quella che nel ’38 consentì ad Hitler di occupare l’ Austria e la Cecoslovacchia con il tacito consenso delle grandi potenze e che oggi in Italia viene rilanciata da qualche furbetto sostenitore della linea del dialogo con i tagliagole dell’ Isis).

Così la questione dell’accoglienza si sposta dalla logica dettata dal cuore (prendiamoceli tutti e riempiamo ogni casa sfitta, ogni sacrestia e ogni alberghetto a tre stelle disponibile, come vorrebbero i buonisti cattocomunisti) alla logica razionale, quella che mette in relazione gli effetti con le cause, che non guarda solo i fenomeni ma vuole comprendere il problema alla radice e, possibilmente, risolverlo.

E il problema, come il ragazzino siriano cerca di farci capire, è la guerra che in Siria si combatte da quattro anni tra Assad e le fazioni ribelli, da cui poi è originata la forma più violenta e fanatica di fondamentalismo, il sedicente Stato islamico, che ha portato la guerra anche nell’ Iraq abbandonato dall’esercito americano e nella Libia destabilizzata dalla Francia di Sarkozy che provocò la fine del regime di Gheddafi.

Se, però, il dramma della Siria finisce per riguardare soprattutto i paesi balcanici in quanto corridoio di salvezza per i profughi e i paesi del nord Europa, Germania in primis, come mete prescelte, la questione della Libia, invece, coinvolge direttamente l’ Italia, perché i barconi carichi di migranti nordafricani è sulla Sicilia che puntano.

L’ accoglienza evidentemente non è sufficiente, perché non basta ospitarli, vestirli e sfamarli per integrarli. Se non gli si trova anche un lavoro, gli immigrati o profughi che siano prima o poi finiranno col chiedere l’elemosina nel migliore dei casi e per delinquere nel peggiore. E poi, quanti se ne potranno prendere? Basteranno le quote e la redistribuzione tra i paesi della Ue? Cameron, il leader inglese, ha detto che non ne farà entrare più di quindicimila, l’ Austria e la Danimarca hanno chiuso le frontiere e i paesi dell’ Europa dell’ est hanno già i loro problemi di economia per poter pensare anche all’accoglienza. A parte la Germania, dove la disoccupazione è bassa e l’industria va a gonfie vele, quale altro paese europeo (l’ Italia certamente no) può realisticamente offrire un futuro di integrazione ad una massa umana che nessuno sa quantificare con precisione e che nei prossimi anni potrebbe diventare per l’ Europa quello che furono le invasioni barbariche per l’ Impero romano?

Hollande, intanto, ha inviato i caccia bombardieri sui cieli della Siria e si è detto pronto ad affiancare la coalizione araboamericana anti-Isis, alla quale potrebbe presto aggiungersi anche l’ Inghilterra. La Russia ha stanziato forze militari sulla costa siriana per difendere il suo alleato Assad dall’assalto degli islamisti. Ma la priorità dell’ Italia resta la Libia e, se le trattative diplomatiche attualmente in corso fallissero, il nostro governo dovrà agire di conseguenza, come ha già fatto pacatamente intendere il ministro degli Esteri Gentiloni. E fare quello che il ragazzino profugo ci ha saggiamente suggerito di fare: intervenire.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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