Un’ altra Belle époque?

A ben guardare lo scenario internazionale, soprattutto in quell’area che oggi è la più “calda” del mondo (Nord Africa, Medio Oriente, Mediterraneo), verrebbe quasi da scorgere inquietanti affinità con la realtà geopolitica dell’inizio del secolo scorso, che nelle grandi capitali europee veniva allegramente celebrato come Belle époque, ma che al tempo stesso stava preparando lo scoppio della prima guerra mondiale.

Ovviamente oggi non sono le potenze europee ad essere in contrasto fra di loro come furono allora, anche se la Ue non ha dato certo prova di essere un organismo che parla e agisce in modo compatto, soprattutto se si guarda alla politica estera: le marcate divergenze sulla questione degli immigrati e delle relative quote di distribuzione ne sono un evidente esempio, come le immagini televisive della scogliera alla frontiera di Ventimiglia diventata una tendopoli o della polizia serba di confine in tenuta antisommossa contro i profughi richiedenti asilo hanno dimostrato chiaramente.

Le drammatiche somiglianze con la storia del primo Novecento mi sembra che siano innanzitutto sul ruolo degli attori extraeuropei. Innanzitutto la Russia che, dopo gli anni dell’anarchia e dello sbandamento postcomunista (quando era guidata da un alcolizzato di nome Eltsin e da una oligarchia di affaristi spregiudicati), è tornata ad essere una potenza mondiale grazie alla leadership ferma, anche se non perfettamente democratica, di Vladmir Putin. Che la Russia di oggi, dunque, abbia ripreso ad agire sullo scacchiere mediorientale e mediterraneo è un dato di fatto, visto lo spiegamento di forze sia di terra che di aria operato in Siria, in difesa di Bashar al Assad, e i recenti bombardamenti contro postazioni dell’ Isis mediante missili Kalibr lanciati a 1.600 chilometri di distanza da navi militari nel mar Caspio, con una tecnologia che ha fatto impallidire gli analisti della Cia e probabilmente sobbalzare Obama sulla sua poltrona presidenziale. Ma sia chiaro: la Russia di Putin non è e non sarà mai l’ Unione Sovietica, morta per sempre sotto le macerie del comunismo e del Muro di Berlino, se mai la riedizione high tech dell’antico Impero zarista, difensore del mondo cristiano ortodosso contro l’espansionismo del sultanato ottomano.

In un certo senso gli USA di Obama ricordano quelli del presidente Wodroow Wilson (1856-1924), anche lui un sognatore pacifista, padre della Società delle Nazioni e del discendente mito dell’ Onu, rivelatosi poi nei fatti un fallimento completo fino ai nostri giorni. Le colpe di Obama nell’aggravare l’incancrenimento della situazione irachena e siriana sono gravissime, alle quali si deve aggiungere l’irresponsabile sostegno dato ad inglesi e francesi che vollero abbattere il regime di Gheddafi, destabilizzando così la Libia e creando un’altra “polveriera” (come lo furono i Balcani per la prima guerra mondiale), dove il fondamentalismo islamico di diverse formazioni e l’ Isis hanno praticamente preso il controllo di gran parte del territorio.

E così veniamo alla questione della Libia, che ancora una volta interessa direttamente l’ Italia, sia per la massiccia ondata migratoria che ha investito le coste della Sicilia negli ultimi due anni e si è poi riversata sul resto del Paese, sia per l’evidente minaccia alla sicurezza degli italiani portata dall’ espansione dello Stato islamico a qualche centinaio di chilometri dai nostri confini meridionali. E’ molto probabile che presto l’ Italia sarà chiamata ad intervenire in Libia, in qualità di guida di una forza internazionale di peace-keeping o peace-enforcing (la differenza non è roba da poco), a seconda di come evolveranno gli attuali tentativi di creare una conferenza con i possibili interlocutori libici, per così dire, “islamisti moderati” e disponibili a trattare. In questo caso, non si potrebbe evitare di ricordare la sciagurata guerra che il governo di Giolitti mosse contro l’ Impero ottomano per la conquista della Libia nel 1911-12; guerra che F. Cardini e S. Valzania definiscono “La scintilla” nel loro libro edito da Mondadori e che ha il titolo appena citato. Secondo i due bravissimi storici fu proprio la guerra di Libia che involontariamente accese la miccia della polveriera balcanica, provocando la guerra della Serbia, Grecia, Ungheria e Montenegro contro l’ Impero ottomano, che anticipò solo di qualche anno la prima guerra mondiale, scoppiata in seguito al tristemente noto assassinio dell’arciduca austriaco Francesco Ferdinando e consorte, compiuto da un giovane terrorista serbo nella città di Sarajevo, nel cuore dell’ area balcanica, il 28 giugno 1914. Il corpo di spedizione italiano, arrivato in Libia nel settembre 1911,contava solo 40.000 soldati che avevano il compito di sconfiggere le forze dell’ esercito turco, ma soprattutto di conquistare un paese di 1.760.000 chilometri quadrati. Un’ impresa che si rivelò presto impossibile e che costrinse il governo italiano a portare la guerra, impiegando la Regia Marina, direttamente sul fronte turco, spianando così la strada alla prima e alla seconda guerra balcanica.

Tutto questo per dire che la situazione, oggi, è maledettamente complessa e pericolosa. Che il pacifismo obamiano, concretizzatosi nei raid aerei contro l’ Isis e nel ritiro delle forze armate di terra dagli scenari più pericolosi (Afghanistan e Iraq), non ha avuto gli esiti sperati; ma anche che l’interventismo senza una precisa strategia per il dopo può provocare disastri e, Dio non voglia, inasprire ed allargare ulteriormente i conflitti.

Mai come oggi l’ Europa e l’ Italia in primis hanno bisogno di una guida autorevole, lucida e decisa in politica estera. Ma grandi leader, come Churchill o Roosvelt, purtroppo, dalle nostre parti non se ne vedono. Non ci resterà che sperare e affidarci a Putin e alla nuova Russia? Sicuramente faremmo meglio a piantarla con le sanzioni volute da Obama e a riaprire le vie commerciali con Mosca: la nostra economia quantomeno ne trarrebbe vantaggio.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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