Siamo tutti francesi

download (1) “Atto di guerra” sono le parole con cui il presidente Hollande ha finalmente detto la verità, senza la reticenza pacifista e senza l’ipocrisia un po’ codarda che avevano impedito di dare il nome adeguato agli attentati ripetuti ormai da anni: in Olanda, in Canada, contro le sinagoghe e le scuole ebraiche, contro i turisti europei in Tunisia, nella stessa Parigi con la strage di Charlie Hebdo, fino all’esplosione dell’aereo russo in volo sul Sinai la scorsa settimana.

Finora nessun leader europeo osava nominarla. Perché la parola “guerra” è stata rimossa dal nostro vocabolario e finanche dal nostro immaginario collettivo (gli americani, invece, dopo l’ 11 settembre 2001 la conoscono e come), da quando, con la sconfitta del nazismo, le nostre nazioni sono sempre vissute in pace e le guerre le abbiamo viste solo nelle immagini televisive che riguardavano, però, paesi assai lontani. Anche la strage dei giornalisti di Charlie Hebdo è stata subito derubricata ad episodio di terrorismo, per cui è bastata una giornata di lutto generale, una marcia nel cuore della capitale con i leader internazionali al fianco di Hollande; e poi solo la Francia ha mandato pochi caccia bombardieri a colpire la testa del serpente nello Stato islamico.

La Germania e l’ Italia si sono,invece, ben guardati dall’affrontare apertamente il nemico. I “pacifinti” italiani, appena hanno sentito evocare la possibilità di un intervento diretto dei nostri aerei da guerra in Iraq, hanno strillato e ripetuto il solito mantra dell’art. 11 della nostra Costituzione.

Ma se il presidente Hollande dichiara al mondo occidentale che la Francia è stata attaccata da un esercito nemico, anche se composto da kamikaze islamisti e non da truppe regolari, questo non solo segna necessariamente un punto di svolta nella politica interna ed estera francese per quanto riguarda la quantità del suo intervento militare in Iraq e Siria, ma soprattutto impegna gli altri Stati della Nato, in virtù dell’articolo 5 del Trattato e della natura stessa di questa alleanza militare, a scendere sul campo di battaglia a fianco dell’alleato aggredito.

Oggi è il giorno del lutto. Oggi è giusto piangere le vittime della strage: tutte quelle persone pacifiche e indifese, soprattutto giovani, che trascorrevano un venerdì sera allo stadio o in pizzeria o ascoltando un concerto rock, e che non sono più tornate a casa perché massacrate a tradimento dai soldati dell’ Isis con armi da guerra. Oggi riempiamo ancora una volta i social network di messaggi di solidarietà, nastrini neri e bandiere francesi.

Domani, però, l’ Europa dovrà mobilitare tutta la sua potenza tecnologica e militare, se vuole continuare ad esistere e a proteggere i suoi figli, i suoi valori, la sua civiltà liberale.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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