Scuola pubblica o privata?

Dopo le prime settimane di scuola, sono già iniziati gli scioperi degli studenti che almeno quest’anno hanno individuato un nemico preciso, ovvero la riforma a tutti nota come la Buona Scuola. Il primo sciopero e la conseguente manifestazione rituale si sono tenuti a Roma, in concomitanza con l’agitazione nel settore del trasporto pubblico, che ha regolarmente paralizzato la capitale e lasciato a piedi la gente che voleva andare a lavorare.

Tralasciamo per il momento la questione dei trasporti pubblici che, essendo un servizio essenziale per la vita dei cittadini, meriterebbero una nuova legge per regolamentare le modalità di proclamazione degli scioperi, e vediamo di ragionare sul tema della scuola.

Lo slogan, che veniva ripetuto dagli studenti romani in corteo e che molto probabilmente sarà ribadito presto in altre manifestazioni nel resto d’Italia, è quello della presunta “privatizzazione” della scuola pubblica, che per i contestatori è una realtà già in atto da combattere a tutti i costi. Visto,però, che la scuola pubblica è ancora in funzione, come le migliaia di genitori italiani che hanno pagato delle modestissime tasse scolastiche sanno bene, perché allora gli studenti (e purtroppo anche molti loro professori ideologicamente posizionati) denunciano un processo di privatizzazione in corso? La questione non è tanto quella della presenza di scuole private o paritarie che nel nostro Paese rappresentano una realtà molto limitata, certamente destinata a rimanere tale, quanto invece il fatto che la riforma abbia introdotto il modello dell’alternanza scuola-lavoro nel triennio delle superiori e, di conseguenza, abbia previsto un rapporto di stretta collaborazione con il mondo delle imprese e dei privati, appunto.

E qui è scoppiata la cagnara, precedentemente alimentata dalle organizzazioni sindacali autonome e poi rimbalzata sui social grazie ai tanti opinion-maker che, appena sentono la parola “privato”, hanno un riflesso condizionato di rigetto.

“A scuola si viene per studiare e non per lavorare”: questo è il dogma che la riforma pretenderebbe di smontare e per il quale i difensori della scuola tradizionale intendono salire sulle barricate. Purtroppo gli studenti che manifestavano a Roma non hanno capito che proprio l’ impostazione sostanzialmente gentiliana della nostra scuola (il filosofo Giovanni Gentile fu, ricordiamolo, ministro della Pubblica Istruzione ai tempi del fascismo, tra il 1922 e il 1924) è una delle ragioni per cui la disoccupazione giovanile in Italia si attesta tuttora su percentuali elevatissime che fanno rabbrividire. I posti di lavoro per i giovani sono certamente diminuiti in primis a causa della lunga crisi e della incapacità della nostra classe dirigente di fare politiche espansive (a differenza di quanto è avvenuto per esempio in Inghilterra, in Spagna e persino in Irlanda), ma anche perché la scuola italiana è stata ed è completamente scollegata dal mondo del lavoro (quello delle famigerate imprese capitaliste e dei terribili privati con l’ occhio bendato e il coltello tra i denti, secondo la visione veteromarxista). Per questo, anche laddove le imprese hanno richiesto tecnici e personale specializzato, spesso è successo che nessuno si sia presentato per assumere quelle posizioni: la mancanza di formazione di personale altamente qualificato è, infatti, il peggiore difetto della nostra scuola, che ha sempre voluto operare in una dimensione parallela e persino rivendicando la sua dorata autonomia da tutto il resto.

Se a partire da quest’anno, invece, si inizierà seriamente a stabilire un rapporto diretto tra il mercato del lavoro e la scuola, a capire quali sono le richieste che provengono dalle imprese di un dato territorio e quindi a formare gli studenti in vista del loro possibile inserimento nell’attività lavorativa, beh, tutto ciò non vuol certo dire “privatizzare” la scuola pubblica, ma semplicemente offrire ai giovani delle possibilità in più e una formazione adeguata alla realtà in cui vivono. In ogni caso, l’alternanza scuola-lavoro non dovrà essere un esperimento teorico fatto solo tra i banchi delle aule, bensì una pratica vera e propria da svolgersi nelle aziende, ovvero nei luoghi dove si lavora bene e si potrà quindi imparare a lavorare.

Chi ha paura delle imprese e pensa che la scuola non debba contaminarsi con la realtà del mondo del lavoro, in pratica non fa che sostenere l’antica distinzione idealista tra spirito e materia; distinzione sulla quale è ancora basata l’impostazione culturale della nostra scuola e di tanti suoi insegnanti, e che, in un mondo globalizzato e tecnologicamente avanzato, evidentemente non funziona più.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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