Salviamo la Grecia da Tsipras

E’ stata la patria della democrazia con la costituzione di Clistene e il governo di Pericle, ma anche la culla del pensiero razionale basato sulla logica aristotelica. Eppure, oggi Atene è guidata da Alexis Tsipras, un demagogo, un radicale di sinistra imbevuto di ideologia anticapitalista, che non ha esitato ad allearsi con gli estremisti di destra i quali, come lui, sostengono il nazionalismo greco contro l’ europeismo.

E’ così che nella notte tra il 26 e il 27 giugno, quando si stava trattando per una soluzione dell’infinita tragedia del debito greco, il premier ha annunciato a sorpresa di voler indire, nell’arco di una settimana, un referendum e passare ai suoi connazionali il peso della decisione riguardante l’ accettazione o meno delle proposte dei creditori. Il 30, poi, la rata di 1.6 miliardi dovuta al Fondo monetario internazionale non è stata rimborsata e, quindi, la Grecia è tecnicamente fallita, con la prima devastante conseguenza che abbiamo visto tutti in tv: la chiusura delle banche e le persone in fila per prelevare un po’ di contante ai bancomat.

Qual è l’oggetto della contesa? Per capire la questione, bisogna tornare indietro di almeno un anno: nel 2014 la Grecia aveva ottenuto tutti gli aiuti necessari per rimettere in piano una situazione disastrosa ereditata dal passato, per cui nel 2015 avrebbe dovuto e potuto fare le riforme necessarie per far ripartire la crescita. Il governo di Samaras aveva lavorato in questa direzione e quantomeno era riuscito ad invertire il trend negativo che aveva caratterizzato gli anni precedenti dall’inizio della crisi. Ma fare le riforme – ora lo sappiamo bene anche noi – costa pesanti sacrifici e l’ austerity non piace a nessuno, soprattutto a chi è abituato a spendere senza misura (come accadde per le Olimpiadi di Atene), ad andare in pensione a cinquant’anni, a ricevere benefici fiscali per i quali non esisteva adeguata copertura.

Poi è arrivato il momento di andare al voto e Tsipras, purtroppo, ha vinto le elezioni: facendo promesse irrealizzabili ai greci, dannose per la loro economia, basate soprattutto sull’assunto che, restando nella zona euro, essi avrebbero potuto chiedere altri prestiti, non avrebbero fatto le riforme necessarie e avrebbero rimesso in funzione lo statalismo, finanziando la tv pubblica, assumendo nel pubblico impiego e, soprattutto, continuando a spendere per mantenere il sistema pensionistico più costoso d’ Europa.

Domenica c’è il referendum, ma già i sondaggi e la grande manifestazione dei sostenitori del Sì fanno intuire che i greci, dopo la sbornia elettorale che ha portato il partito di Syriza al governo (insieme agli estremisti di destra), stanno riacquistando la loro antica capacità di pensiero.

Ha fatto, dunque, bene il presidente della Commissione europea Juncker a indicare chiaramente di votare a favore dell’accordo con i creditori internazionali. Ed ha fatto bene anche Matteo Renzi, quando ha ricordato che noi italiani non abbiamo di certo accettato la riforma delle nostre pensioni per pagare anche quelle dei greci.

P.S. In Grecia domenica hanno vinto i NO, a larga maggioranza. In Italia praticamente tutti gli estremisti di destra e di sinistra (da Brunetta a Salvini, da Grillo a Fassina) esultano. E questo la dice lunga.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

1 Comment

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  • Ancora con queste balle? Ma a lei chi gliela racconta la sitauzione greca? Junker? Passera?
    Si copre di ridicolo, le cose che dice sono artefatte e false. I dati dicono altro. Un altro spin doctor degli interessi esteri. Si vergogni

    syntax error 2 anni ago Reply


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