Palmira dev’essere liberata

Il professor Khaled Asaad, torturato e decapitato dai tagliagole dell’ Isis su una piazza di Palmira il 19 agosto, è ormai destinato a entrare nel nostro immaginario collettivo, dove mi auguro gli venga riservata una posizione privilegiata in modo da garantire la sua memoria perpetua. E per questo ho accolto con gioia la notizia che la città di Milano posizionerà a breve una lapide col suo nome nel viale dei Giusti, in cui sono ricordati i personaggi più importanti che si sono opposti ai crimini dei totalitarismi di ogni tipo.

Khaled Asaad è stato per cinquant’anni non solo un grande studioso di archeologia mediorientale, ma il custode in senso culturale di uno dei siti più preziosi al mondo, paragonabile per importanza alla città di Pompei, ai Fori imperiali, all’ acropoli di Atene, alla piana di Giza in Egitto. La città di Palmira, della quale ci sono indicazioni già nella Bibbia col nome aramaico di Tadmor (palma), fu poi un fondamentale centro per i commerci tra le città dell’ Impero romano e i regni orientali della Persia e dell’ India. Il sito archeologico, quindi, conserva meravigliose rovine di età romana, come l’arco di Settimio Severo, le terme di Diocleziano, il teatro, il colonnato dell’agorà, il santuario di Nabu/Apollo.

Quando le forze dell’ Isis hanno iniziato la loro tragica e barbarica espansione in Iraq e in Siria, senza trovare per altro una vera e propria opposizione militare né da parte degli eserciti locali e neppure da parte delle potenze occidentali, Khaled Asaad non ha abbbandonato il “suo” sito archeologico ma, ben consapevole di quanto i terroristi detestassero tutte le forme di arte non riconducibili alla religione islamica, ha iniziato a mettere in sicurezza altrove tutto ciò che poteva: statue, documenti, reperti.

Palmira è poi caduta, com’era prevedibile, nelle mani dei soldati del sedicente Califfato e il professore, pur sapendo di esporsi a un pericolo di morte, è rimasto lì, a difendere e proteggere ciò che ormai non era più difendibile. Mentre l’ Onu rimaneva a guardare senza muovere un dito e il presidente Obama aveva già deciso di intervenire solo con bombardamenti delle forze aeree (con i risultati assai limitati che abbiamo visto), per non parlare della Ue troppo impegnata a discettare di finanza e prestiti alla Grecia, a combattere realmente contro l’ Isis vi erano gli eroici peshmerga curdi, e un professore di archeologia che non usava il kalashnikov ma unicamente la sua straordinaria cultura.

Eppure Khaled Asaan ha dimostrato di possedere un coraggio da leone, perché ha combattuto fino all’ultimo, senza mai arrendersi o indietreggiare, con le sole armi che possedeva – l’intelletto e l’amore per l’arte antica – contro un nemico sanguinario, ignorante e primitivo.

Khaled Asaan è dunque un martire ed un eroe, e noi dobbiamo ricordarlo così per sempre. Ma per fermare l’ Isis, che dalla Libia ora ci minaccia direttamente, non basterà certo la forza della nostra tradizione culturale o la generosità di qualche gesto personale. E’ arrivato il momento di prendere atto che una guerra è scoppiata e persino il nostro moderatissimo presidente Mattarella l’ha chiamata Terza guerra mondiale; una guerra che noi occidentali non abbiamo certamente voluto né provocato, ma che in tutti i modi bisognerà vincere, se vogliamo proteggere il futuro dei nostri figli e il nostro millenario patrimonio di cultura, arte e civiltà.

About This Author

Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno, dove ho insegnato per molti anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

Post A Reply