Ma davvero la scuola non è un’ azienda?

“La scuola non è un’ azienda”: questo è lo slogan che, insieme a quello del “preside-sceriffo”, viene spesso usato dal vasto movimento sindacalizzato degli insegnanti per combattere la riforma governativa della Buona scuola.

A prima vista sembrerebbe un’affermazione sacrosanta, dato che nelle scuole non si producono beni di consumo ma si formano, si istruiscono e si preparano i giovani ad entrare nel mondo del lavoro. Quindi, mentre un’ azienda deve sottostare alle logiche ferree del mercato, innanzitutto il profitto, la scuola sarebbe libera di operare perché ha come fine solo l’educazione e la formazione degli studenti.

Secondo il ragionamento della maggioranza degli insegnanti, le aziende fanno parte di un mondo dominato dal brutale capitalismo, ma le scuole vivono in una realtà parallela, incontaminata e idealizzata: due realtà che più stanno lontane e meglio è.

Per fortuna, nei paesi del Nord Europa, come in questo blog ho già cercato di spiegare, vige il cosiddetto “sistema duale”, fatto apposta per mettere in stretta relazione le scuole con il mercato del lavoro e che ha dato ottimi risultati, mentre in Italia l’abbandono scolastico raggiunge percentuali elevatissime soprattutto nella fascia dai 16 ai 19 anni.

A parte questo meccanismo per cui il percorso formativo si intreccia con quello dell’apprendistato, preparando veramente i giovani al loro futuro lavorativo, quello che altrove (Nord Europa, Asia e America) ha permesso di fare grandi passi avanti al sistema scolastico è stato l’aver adottato anche per le scuole i metodi gestionali tipici delle imprese sociali, come la presenza di una leadership autorevole, una vera autonomia decisionale sui programmi e, infine, la possibilità di utilizzare criteri meritocratici per il reclutamento e la retribuzione del personale.

Alla mentalità fortemente sindacalizzata e un po’ conservatrice degli insegnanti italiani non va giù proprio il fatto che si possa valutare la loro attività professionale e di conseguenza stabilire anche delle differenze in busta-paga tra un docente e l’altro. Ecco perché sventolano la bandiera de “la scuola non è un’azienda” o del “preside-sceriffo”: perché si oppongono all’idea stessa della meritocrazia, o meglio l’ accettano solo se riguarda il settore dell’impresa privata e la rifiutano se viene applicata al loro lavoro.

Ma noi tutti sappiamo, per esperienza diretta, che una buona scuola è fatta soprattutto di bravi insegnanti e bravi dirigenti; quindi, non è più giusto che le migliori scuole vengano “certificate” con dei criteri oggettivi, che i loro risultati siano resi pubblici, che i genitori sappiano a chi affidano i loro figli e che i migliori insegnanti e i migliori presidi vengano, quindi, pagati più di quelli meno bravi di loro?

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

3 Comments

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  • Mi permetto alcune parole di commento:
    personalmente amo poco i discorsi ideologici e preferisco quelli fattuali. Al tempo stesso prediligo il rigore intellettuale anche in una discussione sul tempo che fa.
    Cio’ premesso, trovo un po’ retorico e poco di sostanza affermare la giustezza (o il contrario) di un processo di valutazione a carico degli insegnanti (o di chiunque altro, se per questo) fin tanto che non venga specificato per bene (a) sulla base di quali criteri e (b) da parte di chi, tale processo dovrebbe compiersi. Potranno sembrare dettagli, ma la sostanza di un simile discorso e’ data proprio da simili dettagli, in mancanza dei quali qualsiasi affermazione mi permetto di ritenerla vuota fuffa.
    In merito al punto dei criteri di valutazione e di chi puo’ farsi carico (perche’ ricordiamoci che e’ un grave onere di cui farsi carico, non un “potere” che ci si puo’ piu’ o meno vanamente solluccherare di disporre su qualcuno…) di un simile processo, osservo che per quanto riguarda la solidita’ scientifica e il valore “scolastico” (in un’accezione amplissima del termine, parente dell’inglese “scholarship”) di qualsivoglia lavoro, da tempo si e’ affermato (nei fatti e non in virtu’ di un arbitrio o di un’ideologia) universalmente il sistema della recensione dei pari, il cosiddetto “peer reviewing”: soltanto i pari, ossia i colleghi, coloro i quali si occupano della stessa cosa, possono validare un operato nel campo della conoscenza con il libero esercizio della libera critica intellettuale. Questo avviene in modo SPONTANEO nelle redazioni (commerciali) delle riviste “scientifiche” (che si occupino di fisica delle particelle, o di biomedicina o di storia antica) di tutto il mondo civilizzato. Anche e soprattutto quello, tipicamente di tradizione anglosassone, in cui i processi di formazione e produzione di scienza, di conoscenza, di istruzione sono concepiti e gestiti in modo capitalistico, diremmo noi aziendalistico. Perche’, lo ripeto, la questione non e’ ideologica ma tecnica e razionale (a questo proposito: capitalismo non implica automaticamente che ogni sapere debba essere finalizzato alla produzione materiale di beni o servizi, come l’eccellenza angloamericana in molti ambiti di sapere “inutile” dimostra…).

    Altro punto sul quale un confronto con quel mondo sarebbe salutare e sfaterebbe molte leggende, e’ quello dei dirigenti (o presidi o come li si voglia chiamare). Cola’ il preside-dirigente e’ chiamato (e realmente e’) “head teacher”. E’ il capo insegnante. Nel senso che e’ un primus inter pares. Non un amministratore piovuto dall’esterno.

    Allora riassumiamo e concludiamo: vogliamo farla una bella riforma che dia aria fresca alla scuola italiana? Vogliamo farla l’autonomia invece che soltanto parlarne? Creiamo degli ambienti che assomiglino a delle universitates, con il corpo docente che giochi il ruolo di senato accademico e i capi (presidi) che escano elettivamente da tale corpo. A termine (breve). Costringiamo i docenti di una disciplina a mettere il becco ciascuno nel brodo dell’altro, collegialmente.

    L’ho fatta anche troppo lunga. Grazie dell’ospitalita’

    Filippo Cintolesi 6 anni ago Reply


  • Come sai, caro Alessandro, la questione del metodo è ancora aperta, anch’io come te sono contrario al “comitato misto” ma sono favorevole ad una forma di valutazione fatta da esperti e con metodi oggettivi. Ma il movimento sindacalizzato non accetta la valutazione punto e basta, perché è un principio liberale e non egualitario. Grazie per il tuo intervento, come sempre approfondito e utile alla discussione.

    Roberto 6 anni ago Reply


  • Caro Roberto, anche stavolta proprio me le levi dalle mani, come si usa dire…..
    Siccome qualcuno puo’ leggere quello che scrivi, sento il dovere di intervenire non per chiarire a te le idee, giacche’ le tue mi paiono chiare anche se fuori luogo, ma per chiarirle a chi della scuola non sa niente. Proprio venerdi’, mentre eravamo a fare un presidio alla Provincia ( ma il vostro Renzi non le aveva cancellate?), ho avuto l’esperienza di parlare con ” dei ragazzi ” del reparto Celere, che erano a fare servizio, e mi ha molto colpito il loro dichiararsi in completo accordo con noi, ora che la questione era stata spiegata loro…….
    Per spazio e tempo, entro solo sulla questione della valutazione e del merito.
    Chi scrive e’ un docente ” sindacalizzato e – quindi? – conservatore”, per presentarsi al lettore.
    Come si vuole misurare il merito dei docenti? Inizialmente sembrava che tutto l’arcano si risolvesse nell’uso dei test invalsi, serie di quiz che possono misurare qualcosa, ma cosa? Siccome non lo sanno bene ne’ all’ Invalsi ne’ allo stesso Ministero, si e’ deciso di passare ad un Comitato di valutazione composto, scuola per scuola, da Preside, due docenti, un rappresentante degli studenti ed uno dei genitori.
    Io sono al Vasari dal 1992, di ruolo. Siccome ho sempre insegnato al Tecnico conosco pochissimo i docenti del Liceo e dell’Alberghiero: con quale onesta’ professionale ed intellettuale potrei valutare l’operato in classe di un collega che lavora in uno di questi indirizzi? Ma dello stesso tecnico, come potrei mettere bocca sull’operato di colleghi che lavorano su discipline differenti dalla mia? Detto cio’, come potrebbe un genitore che, a mala pena, conosce gli insegnanti della classe del figlio/a? Ed uno studente? Bellissimo esempio di demagogia: colui che e’ sotto processo viene chiamato ad esprimere un parere su giudici e giuria, la carriera dei quali si trovera’ a dipendere dal gradimento che esprimono verso loro i probabili…. condannati! Che dite? Chi diranno che sia il giudice migliore, quello che da’ loro l’ergastolo?
    Perche’ il governo non manda ispettori qualificati che, stando un anno scolastico nella scuola, non necessariamente tutti i giorni, hanno veramentte modo di vedere il lavoro dei vari docenti? Vedere come fanno lezione, come interrogano, che compiti danno, che equilibrio mostrano nel giudizio finale sul discente etc. etc. Perche': per RISPARMIARE, pazienza se viene fuori una porcheria ma l’ Europa e’ contenta e si da’ l’illusione che la politica ( con la p molto minuscola, caro Renzi) rinnovi e cambi in meglio il mondo…..
    Sulla giustezza di creare divisioni economiche in chi svolge lo stesso lavoro, lavoro che fra i suoi obiettivi ha quello di insegnare ed abituare i ragazzi a crescere insieme, a collaborare ( ! ), su tale giustezza io ho molte riserve e sono pronto a parlarne. Ma se questa cosa la volete fare, almeno fatela bene e non fate la solita cialtronata IDEOLOGICA, cari i miei innovatori!
    Per inciso, faro’ sciopero per gli scrutini, assieme ad altre migliaia di colleghi in tutta Italia.

    Alessandro 6 anni ago Reply


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