L’impegno dell’Italia: dall’ Iraq all’ Afghanistan

Appena ventilata l’ipotesi che i cinque Tornado italiani già operativi in Iraq con compiti di ricognizione e segnalazione possano iniziare a bombardare le postazioni dell’ Isis, come già fanno aerei americani e francesi, si è subito alzato il coro dei pacifisti che invocano l’art. 11 della Costituzione, ignorando forse che i padri costituenti volevano sì vietare per il futuro le guerre di tipo colonialista, ma certamente non pensavano di impedire alle nostre Forze armate di difendere il Paese qualora fosse stato attaccato o minacciato come apertamente avviene negli allucinanti videomessaggi del Califfato, con le bandiere nere dell’Islam che sventolano in Piazza San Pietro.

Il pacatissimo ministro degli Esteri Gentiloni si è, dunque, sentito in dovere di rassicurare l’elettorato arcobaleno e precisare che per ora si tratta solo di una opzione remota, che in ogni caso dovrebbe prima essere autorizzata dal Parlamento; e il capo del Governo Renzi, in perfetto stile lapiriano, ha ribadito il concetto, spiegando che al massimo è in questione un intervento in Iraq e che di bombardare la Siria non se ne parla neppure. Lo Stato islamico, però, oggi si estende senza soluzione di continuità tra Iraq e Siria, mentre cerca di imporre la sua egemonia su tutta la Libia, dove sarebbe pericolosamente vicinissimo ai nostri confini meridionali; quindi, che senso ha fare distinzioni territoriali?

Se l’ Italia vuole che l’ Isis venga combattuto e sconfitto, non può evitare di impegnarsi laddove si trova la “testa del serpente” , soprattutto ora che ha bisogno di un forte intervento della comunità internazionale (e degli USA in modo particolare) per risolvere la questione libica, che la riguarda direttamente, e per mettere fine all’arrivo di imbarcazioni cariche di migranti.

Anche sullo scenario afghano l’ Italia è stata chiamata a rafforzare il suo impegno, estendendo l’attuale presenza di circa 750 militari a tutto il 2016. Il presidente Obama, che si era illuso di poter ritirare il suo esercito entro la fine di quest’anno, ha dovuto cambiare programma in seguito alle recenti campagne dei talebani che le forze regolari afghane non sono state in grado di fronteggiare. Intanto, il segretario di Stato americano John Kerry ha visitato l’ Expo e ha incontrato il ministro Gentiloni, con il quale ha sicuramente discusso la necessità di prolungare la missione in Afghanistan.

Se l’ Italia vuole salvaguardare i propri interessi e difendere la sicurezza dei suoi cittadini, deve evidentemente assumersi delle responsabilità ed essere pronta a fare la sua parte laddove sia necessario e con gli strumenti militari opportuni, anche se la parola “guerra” non piace a nessuno.

E’ questa la lezione storica di Cavour, che nel 1855 volle partecipare alla guerra nella lontana Crimea pur di conquistare per il Piemonte un posto al tavolo delle potenze europee; ma proprio grazie a questa sua spregiudicata politica estera fu poi siglato un accordo con la Francia di Napoleone III e fu vinta la lotta per l’indipendenza e l’unificazione del Paese. Renzi, se vuole diventare un vero statista, dovrà iniziare a guardare più a Camillo Benso conte di Cavour che a Giorgio La Pira, il sindaco di Firenze noto per il suo estremo pacifismo.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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