La spending review

Il primo che ebbe l’ incarico ufficiale di riguardare un capitolo importante della spesa pubblica (i contributi alle imprese) fu l’economista bocconiano Giavazzi, all’inizio del 2012, su precisa richiesta dell’ allora premier Monti. Nel giugno dello stesso anno il prof Giavazzi consegnò un documento di revisione della spesa, secondo il quale si potevano risparmiare ben 10 miliardi dei trenta spesi annualmente per i contributi alle imprese, risparmi che si sarebbero potuti utilizzare per abbassare la tasse e ridare impulso alla crescita. La relazione fu accolta con apparente entusiasmo da Monti e persino da Confindustria che avrebbe accettato i tagli alle sovvenzioni pur di vedere un alleggerimento consistente della pressione fiscale.Quando poi si doveva passare dalla teoria ai fatti, la relazione di Giavazzi restò chiusa in un cassetto e non se ne fece più niente. Il motivo lo spiegò lo stesso professore in un’intervista, nella quale disse chiaramente che i vari centri di potere allocati nei Ministeri erano riusciti a bloccare tutto per non vedersi sottrarre una parte importante delle loro funzioni.

Nel novembre 2013, dopo che altri celebri risanatori come Giarda e Bondi avevano provato e ben presto si erano arresi, venne il turno di Carlo Cottarelli, un esperto di spending review che lavorava al Fondo Monetario Internazionale e che fu reclutato dal premier Letta per indicare i capitoli di spesa improduttiva da aggredire con beneficio delle casse dello Stato e dei suoi contribuenti. La conclusione della vicenda Cottarelli è nota a tutti e coincide con l’avvento di Matteo Renzi il quale, ricevuta la relazione dettagliata del commissario, in cui tra le tante si puntava il dito contro le migliaia di partecipate comunali e regionali in gran parte gestite dal Pd e dai suoi amici,lo ringraziò amabilmente e subito dopo lo rispedì a Washington col primo volo disponibile. Forse avrà detto anche a lui di “stare sereno” , chissà.

E ora come vanno le cose in merito alla spending review? Renzi ha nominato due nuovi commissari: Yoram Guttled, ex manager in forza alla squadra di consulenti economici del governo, e Roberto Perrotti, economista bocconiano. Il loro compito si presenta estremamente delicato, perché devono trovare almeno 10 miliardi tra le pieghe della spesa pubblica, altrimenti, come previsto dagli accordi fatti in sede europea, l’ Iva e le accise saliranno nel 2016 (il famoso piano B), e questa sarebbe certo una mazzata sulla testa della ripresina che si sta affacciando all’orizzonte perché spingerebbe sempre più in basso la domanda deprimendo i consumi.

Ce la faranno i due commissari renziani ad evitare il peggio? Ovviamente ci auguriamo di sì. Ma purtroppo a leggere l’intervista di Perotti sul Corriere della Sera di domenica 29 marzo, non c’è da stare tanto sereni. Alla domanda sugli scarsi risparmi venuti dalla riforma delle Province, l’economista risponde: “La strada è lunga, è una riforma complicata”. Alla successiva domanda sulle detrazioni/deduzioni Irpef , la risposta è più o meno la stessa: “E’ un capitolo complicato, richiede tempo”. Quando poi il giornalista chiede se si pensa di tagliare le pensioni d’oro (come suggeriva di fare Cottarelli), Perotti risponde malinconicamente: “La decisione politica è di non riaprire questo capitolo”. L’ultima domanda dell’intervista verte sui tagli previsti di 4 miliardi che deriverebbero dalla delega P.A.; la risposta realistica e amara è: ” Be’ a regime, forse”.

Insomma, anche questa volta i commissari non avranno vita facile, perché dovranno fare i conti, prima ancora che con i capitoli della spesa pubblica, con la volontà della politica, cioè di chi governa. E siccome chi governa in Italia ha sempre usato le casse dello Stato, delle Regioni e dei Comuni per creare consenso e fare assistenzialismo, è difficile prevedere che il premier Renzi riuscirà a sottrarsi a questa prassi collaudata. Se così non fosse, non si spiegherebbe perché il magnifico piano Cottarelli sia rimasto lettera morta.

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3 Comments

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  • Io lavoro per una società di consulenza e revisione contabile.
    Quello che lei ha detto non mi sta bene per niente. Ma proprio per niente.
    Però lei confonde i piani.
    Quello che lei auspica è solo, si fa per dire, per giustizia sociale che anch’io ho cara come cosa e che manca tantissimo in Italia.
    Pensare che togliendo la cassa integrazione a 100 piloti (banditi) di Alitalia serva a risanare questo Stato è roba abbastanza azzardata.
    In questo paese c’è un forte problema di qualità della spesa ( ad es. un dirigente di una partecipata o regionale che guadagna molto di più di un bravissimo primario) non di quantità.
    Come quantità di spesa pubblica corrente siamo ben al di sotto della media europea (dati FMI o OCSE, provi a cercarli).
    Per le partecipate è ovvio che siano diventate un problema, ma lì si tratta di reinternalizzare i servizi all’interno dei vari comuni.
    Ma l’esempio che le riportavo è che, come vuole la macroeconomia, non puoi fare tagli (pesanti) in tempi di recessione, altrimenti stai facendo manovre pro cicliche che aggravano la crisi ( Monti docet), per il motivo che le dicevo sopra.
    1. la spesa pubblica è componente positiva del pil (anche lo stipendio del furbo forestale calabrese, la cassa integrazione del pilota disonesto, il suo stipendio di professore e tutte le sue spese che mensilmente fa). Ma questo non lo dico certo io, altrimenti avrei preso un Nobel come minimo,
    2. Tra spesa pubblica e pil esiste una correlazione, espressa da un moltiplicatore economico, che dice, per lo meno per questo paese, che investendo 1 euro ritornano 1,5 sotto forma d PIL. Quindi tagliando la spesa pubblica hai due effetti: diminuisci più che proporzionalmente il PIL e aggravi in modo sostanziale il rapporto Debito / PIL.
    Se si ricorda, le manovre di Monti fecero proprio questo.
    Quindi, per concludere, le operazioni di spending review saranno solo maquillage finanziario, a maggior ragione in questi tempi dove il governo ha rinunciato alla gestione di tutte le sue leve decisionali che contano (politica monetaria) potendo agire soltanto, e nemmeno con grande libertà, sulla politica fiscale in quanto ingessato in meccanismi astrusi decisi a livello europeo.

    syntax error 4 anni ago Reply


  • Se non fosso uno dei tanti LUOGOCOMUNISTI che popolano il web, che parlano di economia per luoghi comuni e per sentito dire, saprebbe che:
    1. i tagli alla spesa pubblica non si fanno in periodi di recessione (per i motivi vedi il punto 3)
    2. la spesa pubblica (tutta) è una componente positiva del pil ( anche lo stipendio di discutibili opinionisti come lei)
    3. tra spesa pubblica e pil esiste una correlazione di 1 a 1,5 nel senso che ogni euro di spesa pubblica corrisponde a 1,5 euro di ricchezza

    Inoltre la ripresina la vede solo lei, de benedetti & repubblica,il sole 24 ore, il pd e sodali simili, visto che i discoccupati sono ancora una volta aumentati.

    syntax error 4 anni ago Reply


    • Che dirle? se a lei sta bene che in periodi di recessione si continui a foraggiare gli alti burocrati dei ministeri e delle regioni, le partecipate comunali fatte solo da dirigenti o già fallite come l’ Atac di Roma, pensioni per cui non sono stati pagati i contributi, cassintegrati di lusso come i piloti dell’ Alitalia che facevano un secondo lavoro mentre erano disoccupati eccetera eccetera, illudendosi che questo aumenti il Pil…beh, allora buona Pasqua. E comunque, il mio stipendio io me lo guadagno insegnando a scuola, ovvero con un lavoro rispettabilissimo. E lei, che lavoro fa signor Syntax error? Che fa di utile e costruttivo nella vita? Ha il coraggio di parlarne o preferisce continuare a nascondersi dietro l’anonimità?

      Roberto 4 anni ago Reply


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