La scuola al tempo della crisi

Doveva essere un decreto a far rinascere la Buona Scuola dalle macerie di riforme sempre annunciate e mai realizzate, il cui risultato è orribilmente visibile nel dato per cui uno studente su quattro, dopo la scuola media, smette di studiare e praticamente va a finire in quella “zona grigia” da cui non lo tireranno fuori nemmeno il jobs act o la bacchetta magica di maga Magò-Giannini.

Invece il decreto è morto sul nascere, anzi prima, perché di decreti ormai il parlamento è stato così affollato e affogato al punto da sollevare l’indignazione generale, ivi compresa quella di presidente Mattarella, già pronto a un richiamo ufficiale; quindi non sarà per decreto che rinascerà la scuola italiana, ma attraverso il dibattito degli onorevoli intorno a un ddl in uscita prossimamente.

Bene così, se fosse tutto qui. Ma il problema, come spesso accade, sta altrove: perché la scuola, per la politica di ieri e di oggi, è fatta innanzitutto dagli insegnanti, poi e solo poi anche dagli studenti. Ecco la ragione del ritornello dell’ assunzione favolosa dei 120.000 precari entro il primo settembre 2015, che abbiamo ascoltato in tutte le salse mediatiche praticamente da un anno. Ma che ne sarà ora della promessa fatta da premier Renzi e poi ribadita dalla sua algida ministra, che i precari diventeranno tutti stabili dipendenti della Pubblica Istruzione?

Visti i tempi dei signori onorevoli, il rischio è che la data sbandierata a destra e sinistra venga rimandata ad infinitum (come la vicenda delle riforme costituzionali insegna). E allora che si fa? Si può mica rischiare di deludere e fare incazzare 120.000 precari, potenziali elettori del Pd, più i loro genitori, coniugi e figli, per cui si arriva a una cifra davvero considerevole e allettante per ogni politico scaltro e accorto?

La soluzione è dunque già uscita fuori dal cappello del prestigiatore, anche se per ora solo in via teorica: un bel decreto sostanzioso sulle assunzioni dei precari, subito, prendere o lasciare; e per il resto se la veda il parlamento coi suoi tempi e le sue lungaggini, tanto il resto conta e non conta, si tratta delle solite chiacchiere fritte sulla valutazione delle scuole, gli scatti d’anzianità, le fasce stipendiali, le medagliette ai più bravi, i corsi d’aggiornamento su tutto e niente,i progetti, l’informatica.

Forse soltanto quando in Italia si riuscirà a creare una vera competizione tra il sistema pubblico dell’ istruzione e quello privato (ovvero paritario), si potrà iniziare ad avere qualche reale cambiamento. Per ora rinascimenti e resurrezioni nella scuola non se vedono, soprattutto se tutte le poche risorse disponibili per gli investimenti andranno a finire nelle 120.000 assunzioni promesse e sicuramente realizzate nei prossimi mesi. Ma è così che il partito della spesa pubblica ottiene il consenso al tempo della crisi.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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