Divorzio breve, anzi brevissimo

Dai cinque anni di separazione previsti con la legge del 1970, poi diventati tre grazie ad una modifica fatta nel 1987, oggi siamo passati a un anno nella separazione giudiziale e a soli sei mesi in quella consensuale per chiudere definitivamente un matrimonio. Nella società contemporanea o “liquida” (secondo la ormai famosissima definizione del sociologo Z. Bauman) i valori, le ideologie e anche i rapporti tra le persone hanno subito un radicale cambiamento, per cui niente è più definitivo e duraturo, ma tutto viene travolto da un processo continuo di trasformazione. Se dunque la flessibilità è la caratteristica principale del nostro modo di vivere, e i giovani che iniziano a lavorare la sperimentano direttamente, come poteva salvarsi, mantenendo la sua forma rigida, l’istituzione del matrimonio?

Questo lo capirono benissimo i due deputati, Loris Fortuna e Antonio Baslini, firmatari del progetto di legge che portò all’introduzione del divorzio e soprattutto gli italiani che, con un’ ampia maggioranza di No al successivo referendum abrogativo, misero a tacere le forze politiche e clericali antidivorziste. A quei tempi la questione era diventata una vera e propria battaglia a livello nazionale tra guelfi e ghibellini, ovvero tra cattolici tradizionalisti e laici, perché ne fu fatta una lettura in chiave essenzialmente religiosa, in primo luogo da chi si opponeva al divorzio ritenendo che metteva in discussione il vincolo spirituale del matrimonio.

Eppure quella legge poi si dimostrò, con il passare degli anni, davvero una buona legge, perché permise di risolvere tante situazioni familiari ridotte malissimo, salvaguardando i figli e i coniugi economicamente più deboli, ma contemporaneamente preservò quell’ aura di sacralità (anche dal punto di vista laico) che circondava da sempre l’istituzione del matrimonio, proteggendola con gli anni di un lungo periodo di separazione tra i coniugi prima di arrivare al divorzio.

La nuova legge, che ha praticamente ridotto a pochi mesi i tempi della separazione, mi sembra invece aver oltrepassato quel ragionevole confine, quasi con la determinata volontà di rendere molto facile l’uscita dal matrimonio. Ma questo non va verso un accrescimento della sfera dei nostri diritti individuali e un livello più alto di libertà per tutti, come potrebbe sembrare, perché il matrimonio è diventato ormai un’istituzione di carattere sociale, prima ancora che religiosa, e dovrebbe consentire la nascita di nuclei familiari duraturi e capaci di rinnovare la linfa vitale della nostra società, senza la quale non ci sarebbe futuro per gli esseri umani e quindi neppure libertà.

In conclusione, da oggi sarà molto più semplice e rapido divorziare, lo si potrà fare a cuor leggero o comunque con meno problemi di ogni tipo. Ma, visto che non vengono attivate politiche a sostegno delle giovani coppie e della famiglia, sarà sempre più difficile sposarsi. Questo non è un problema di carattere religioso, perché la religione è “una questione privata” (come direbbe forse Beppe Fenoglio); ma è un vero dramma sociale.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

1 Comment

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  • Tra l’altro trovo davvero inspiegabile la scelta dei tempi. Essendo evidentemente svuotato del significato originale del periodo di separazione dei coniugi, che doveva servire a mettere in atto tecniche di riavvicinamento e di riappacificazione, far pacare le animosità, attendere che alcune delle motivazioni di separazione decadessero naturalmente (rabbia, risentimento … suocere). Mi domando su che base sono stati scelti 6 mesi o 1 anno. Oltretutto è quasi più necessario fare alla svelta per chi sta litigando furiosamente piuttosto che per chi, tutto sommato, non ha neanche tutto questo disagio dalla “fine dell’amore”.
    Io avrei istituito l’antimatrimonio invece del divorzio. Pubblicazioni obbligatorie in comune minimo 4 giorni prima dello strappo del contratto matrimoniale.

    Filippo Fiani 4 anni ago Reply


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