La peggio gioventù

calabresi

Prima con “Il commissario” e adesso con “Il giudice”, la RAI ha mandato in onda due pregevoli sceneggiati (un altro seguirà) che finalmente raccontano senza reticenze la storia italiana a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, quel periodo che vide dilagare la violenza del Movimento studentesco nelle università e la trasformazione delle sue frange più radicali nel famigerato partito della lotta armata.

Ma se gli azzoppamenti, gli omicidi e i sequestri venivano eseguiti con spietata freddezza dai militanti delle Brigate Rosse, come appare chiaro nella storia del rapimento del giudice Mario Sossi, il terreno della violenza era già stato arato e seminato in precendenza da tutti quei gruppi della cosiddetta “sinistra extra-parlamentare”, che in quegli anni trasformarono buona parte delle università italiane in bivacchi e assemblee permanenti.

L’ omicidio del povero commissario Calabresi avvenne proprio in seguito alla campagna diffamatoria condotta contro di lui in primo luogo da Lotta Continua e dal suo leader Adriano Sofri, che lo accusavano ingiustamente di aver ucciso l’ anarchico Pinelli, un’ altra vittima di quegli anni pazzeschi. Purtroppo, tra coloro che a quei tempi se la prendevano contro Calabresi, non c’erano soltanto i fanatici di Lotta Continua, ma anche un illustre settimanale come l’ “Espresso” che pubblicò un elenco di ben ottocento firme di personaggi noti, tutti convinti della colpevolezza del commissario.

Non c’è dubbio che il fanatismo ideologico fu proprio la cifra di quegli anni. Lo testimoniano benissimo, nel secondo sceneggiato, gli “interrogatori” che i brigatisti facevano al giudice Sossi, ripetendogli ossessivamente tutta una litania di parole e stereotipi della tradizione marxista-leninista, ma senza prendere minimamente in considerazione le sue argomentazioni e articolare una qualsiasi forma di dialogo. La razionalità e il rispetto per le idee degli altri erano,infatti, proprio i valori che venivano negati dai terroristi, in nome di assurdi concetti come “la giustizia proletaria”.

Chi volesse approfondire questa parte della storia del nostro Paese (che per altro ha lasciato ancora da chiarire tante zone d’ombra soprattutto a riguardo delle stragi di matrice nera) dovrebbe leggere il bellissimo libro di Gianpaolo Pansa, “Sangue, sesso, soldi”, recentemente pubblicato da Rizzoli; in particolare alcuni capitoli come “Il bluff del Sessantotto”, “La meglio gioventù”, “Borghesia rossa” e “Terroriste”, che sono il frutto del suo lavoro di inviato speciale per i più importanti giornali italiani durante gli anni di piombo.

Pansa, che viene anche citato nello sceneggiato “Il commissario” insieme alla sua collega di allora Camilla Cederna, racconta, per esempio, con quanta crudeltà il 13 marzo 1975 venne ucciso a Milano un ragazzo di 19 anni, Sergio Ramelli, soltanto per essere iscritto al Msi. Ma così era appunto la Milano dell’ epoca, dominata dal Movimento studentesco il cui leader, Mario Capanna, alcuni anni dopo mise l’ eskimo da guerrigliero in soffitta e indossò gli abiti assai più comodi dell’ euro deputato e di scrittore di libri che ancora esaltano il ’68.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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