Il pachiderma Italia

L’ Italia dei nostri giorni è come un pachiderma quando la mattina va ad abbeverarsi: si muove con una lentezza esasperante, ma almeno ha iniziato a muoversi. La riforma del Senato, appena approvata nella sua prima lettura, ne è la evidente dimostrazione. Per avere la riforma del codice condominiale ci sono voluti undici anni; ma per mettere mano all’ assetto istituzionale dello Stato, voluto con eccesso di zelo “perfettamente” bicamerale dai padri costituenti, il governo Renzi, sostenuto al suo interno e al suo esterno dal centrodestra, ci ha impiegato solo un paio di mesi.

Eppure, con la forza politica dello straordinario successo elettorale alle Europee, il premier avrebbe potuto osare di più e gli italiani sarebbero stati sicuramente dalla sua parte: avrebbe potuto abolire del tutto il Senato, anziché tenerlo in vita come assemblea dei rappresentanti delle Regioni e, così, avere ancora sul libro paga alcune centinaia di impiegati, commessi e dirigenti che continueranno a lavorare con stipendi da favola per il funzionamento della costosissima e obsoleta macchina di palazzo Madama.

Per questo l’ Italia è un pachiderma che neppure un giovane gagliardo con la mentalità da futurista fiorentino riesce a far correre come vorrebbe: le corporazioni, che si sono incrostate nello Stato e nella società da decenni, ormai sono diventate centri di potere che non intendono rassegnarsi al cambiamento. Ne abbiamo esempi giorno dopo giorno. Mentre la ricca compagnia aerea Ethiad sta per siglare l’ accordo economico per una partnership con la nostra Alitalia, salvandola dal fallimento certo e garantendo un futuro a centinaia di lavoratori, prima i sindacati rossi hanno lottato per riproporre il solito sistema assistenzialista della cassa integrazione, poi le associazioni dei lavoratori di Fiumicino indicono uno sciopero selvaggio, creando gravi disagi ai passeggeri italiani e stranieri, proprio durante i momenti conclusivi della trattativa.

Nonostante la riforma appena iniziata del Senato la nostra situazione economica non andrà a migliorare, visto che anche nel secondo trimestre del 2014, secondo i dati dell’ Istat appena comunicati, abbiamo continuato a restare in recessione. Per invertire questa tendenza negativa, servono ovviamente le riforme economiche che, secondo molti autorevoli analisti, sarebbero dovute essere la priorità dell’azione di governo. Ma purtroppo l’ Italia si è dimostrata un pachiderma lento e finanche riottoso. Appena varato il decreto sui contratti a tempo determinato (il cosiddetto decreto Poletti), che doveva essere solo il primo step della più ampia riforma dei contratti di lavoro a tempo indeterminato (Jobs Act), la Cgil della signora Camusso ha iniziato a sventolare le bandiere ideologiche dei diritti dei lavoratori (evidentemente il sindacato rosso si preoccupa solo di chi un lavoro già ce l’ha, e non del 40% di giovani disoccupati che, se le cose restano così, un lavoro non l’avranno mai), ha persino fatto ricorso all’ Unione Europea e, di conseguenza, la riforma si è bloccata in qualche commissione. Si spera che a settembre riprenda il suo corso, ma la battaglia contro i seguaci dell’ art. 18 dello Statuto dei lavoratori non sarà certo facile.

Si potrebbero fare altri esempi dello stesso genere, ricordando le resistenze degli alti burocrati nei confronti della riforma della Pubblica Amministrazione oppure l’ ostilità aperta della potentissima casta dei magistrati contro la riforma della giustizia ed il principio sacrosanto della responsabilità civile degli stessi. Infine, bisognerebbe aprire l’ argomento forse più ostico, che neppure Renzi ha osato sfiorare almeno fino ad oggi: i centri locali di potere politico ed economico. Guardate cosa è successo già con le province: sono state abolite sotto il profilo istituzionale, ma sono ancora lì come realtà amministrative, mantenendo vivi e vegeti tutti i loro apparati.

Pensate a cosa significherebbe eliminare o almeno ridurre consistentemente (come il mister Cottarelli della Spending review, ormai messo nell’ angolo, aveva suggerito di fare) le migliaia di società partecipate a livello comunale e regionale, con altrettante migliaia di consigli d’ amministrazione e dirigenti lautamente stipendiati dai contribuenti, che, per giunta, ai cittadini offrono solo servizi scadenti e buchi in bilancio da sanare. Forse è questo il più grosso scandalo italiano: mantenere in vita tutte le partecipate create dalla politica nel corso degli anni a scopi clientelari.

Ciò nonostante, vogliamo essere realisticamente fiduciosi. Lo dobbiamo alla gente che lavora onestamente, agli imprenditori che oggi dimostrano un coraggio incredibile, ai pensionati che non ci fanno mai mancare il loro aiuto, ai ragazzi volenterosi che studiano e sognano di costruirsi un futuro, alle famiglie che arrivano con difficoltà a fine mese, agli uomini e alle donne delle forze dell’ordine, alle migliaia di volontari che operano nei più svariati settori.

Il pachiderma Italia, comunque, ha mosso alcuni timidi passi. Si è alzato con fatica, ma almeno si è alzato, sotto il pungolo di un giovane leader che ha smesso di suonare la grancassa dei diritti delle Camusso e dei Rodotà. Se poi a settembre, Renzi inizierà a giocare in attacco e a muoversi sul terreno molto più in salita della riforma del lavoro e della riduzione del carico fiscale, magari prendendo esempio da quello che hanno fatto recentemente in Inghilterra e in Spagna, solo allora potremo dire che il nostro elefantino si è messo a correre e forse riesce ad arrivare fino a Bruxelles, per sfondare qualche muro di cemento armato fabbricato in Germania.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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