Il falchetto Brunetta

Nel bel mezzo della votazione per approvare il Def (documento di economia e finanza), che Renzi ha voluto varare in modo da regalare agli elettori con meno di 25mila euro l’anno lo sconto dell’ Irpef già promesso e piazzarlo nell’uovo di Pasqua quale graditissima sorpresa, si è alzato in volo il falchetto Brunetta.

Che cosa lo ha tanto irritato e spinto ad un ennesimo attacco furente contro il governo? La questione sarebbe roba da poco, s’intende, diciamo quasi un pretesto, comunque la ricordiamo brevemente: vista la grave situazione di crisi, il ministro Padoan ha scritto una letterina alla Commissione europea, chiedendo il permesso per l’ Italia di posticipare il pareggio del bilancio, inaugurato dalla Destra storica nel lontano 1875 e raramente poi rivisto nella nostra storia post-risorgimentale, all’anno prossimo, quindi al 2015. Autorizzazione per altro già concessa a Spagna e Francia in virtù di non si sa bene cosa e alla quale i Commissari hanno già risposto con la simpatia che li caratterizza: “abbiamo preso atto”.

In verità il pareggio di bilancio, come sanno anche gli studenti del primo anno d’università, non significa un bel niente, anzi può anche essere l’indicatore negativo secondo il quale nel paese che lo adotti non vengono fatti investimenti produttivi, per esempio nella ricerca e nell’ istruzione. Ma a noi è toccata questa sorte perché nei mesi dello spread a 500 punti di differenziale, il signor Monti convinse praticamente tutti in Parlamento (Pd, Pdl, Lega Nord e Terzo Polo) che in Europa ce lo chiedevano come fosse un certificato di buona condotta e che non se ne poteva fare a meno; con il risultato che il pareggio di bilancio nel 2012 fu votato con la maggioranza dei due terzi e modificò l’ articolo 81 della Costituzione, senza neppure dover ricorrere ad un referendum popolare.

Poi sappiamo com’ è andata: Monti, fatta la sacrosanta riforma delle pensioni, si è impantanato nell’austerity, e con lui tutta quella parte del Paese che lo aveva seguito. Ma finita la prima fase delle larghe intese, ne iniziò un’altra, quella lettiana, che sembrava potesse funzionare meglio, visti alcuni timidi ma concreti tentativi di riforme, sempre comunque varati con la benedizione della Merkel e la prospettiva del pareggio di bilancio ormai diventato legge costituzionale. La caduta di Letta fu opera di Berlusconi, o meglio dell’anima brunettiana di Berlusconi, che è un uomo dalle tante facce e prerogative, ma ha un debole soprattutto per la politica populistica, quella che trascina le folle, cavalca i malcontenti, stimola e sfrutta i giustificati furori della gente.

Ecco com’è nato il remake di Forza Italia: dopo il fallimento della rivoluzione liberale (che poi è un ossimoro perchè i liberali fanno le riforme e non le rivoluzioni) si è inaugurata una stagione totalmente schizofrenica, per cui Berlusconi si accredita come il vecchio leader del patto istituzionale con Renzi mentre si predispone cristianamente alle quattro ore settimanali di assistenza allo spizio, e contemporaneamente il falchetto Brunetta alza i toni in Parlamento e sbraita in continuazione come un antieuropeista leghista e si oppone ad ogni proposta di riforma peggio di Grillo.

Per tornare al discorso iniziale, Brunetta ha voluto fare l’ultima polemica sulla questione della lettera di Padoan che non ne avrebbe informato preventivamente il Parlamento, non accorgendosi così di contraddire in primis se stesso: da quando è diventato un estremista e se la prende con tutti, non ha sempre detto che bisogna andare a Bruxelles e sbattere i pugni sul tavolo per far sentire le ragioni dell’ Italia?
La lettera del mite ministro delle Finanze certo non è un cazzotto nell’occhio dei commissari, forse la si potrebbe meglio paragonare allo sbattito d’ali di una farfalla. Ma è comunque una voce, per altro ben nota in sede europea, che si è levata per dare una boccata d’ossigeno ai conti dello Stato, e di conseguenza alle tasche degli italiani contribuenti.

Di critiche vere nei confronti di questo Def ce ne sarebbero, e come. Soprattutto per la moderazione dei suoi obiettivi: per fare solo uno 0,8 di crescita nel 2014, se tutto va bene, non c’era bisogno di mandare in ferie anticipate Letta e il suo governo. Dal Rottamatore ci si aspettava di più, molto più coraggio e un taglio radicale dell’ Irap che avrebbe sicuramente pigiato l’ acceleratore della ripresa delle nostre aziende e, quindi, dell’occupazione. Ma le elezioni europee arrivano tra poco più di un mese, e allora gli è sembrato più utile consegnare agli italiani bisognosi un uovo di Pasqua con una bella sorpresa dentro e così mietere consensi.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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