Capitani coraggiosi

Con una bellissima fiction appena andata in onda, Rai 1 ci ha raccontato e mostrato la vita di Giovanni Borghi, ovvero “Mister Ignis, l’operaio che fondò un impero”, e così facendo ci ha riportato indietro nella storia di un’ Italia che uscì sconfitta e distrutta dalla guerra, ma poi trovò la forza di rialzarsi e realizzare, nel giro di un decennio, un vero e proprio miracolo economico. Grazie soprattutto a una generazione di imprenditori coraggiosi e visionari, gente come i fratelli Borghi, che avevano “studiato” nelle botteghe artigiane e lì avevano imparato a fabbricare oggetti e ad amare il proprio lavoro. Operai e artigiani che poi divennero piccoli e grandi imprenditori, e fecero fare quel “boom” all’ economia italiana che si traduceva in 6 punti di crescita annuale: una cifra che di questi tempi ci sembra più una fantasticheria che un dato reale come invece fu.

Giovanni Borghi era un innovatore, possedeva un talento straordinario che gli permetteva di intuire e anticipare le tendenze; per questo, subito dopo la guerra, vedendo che Mattei (un altro grande personaggio di quegli anni) stava puntando sul gas come nuova fonte energetica per il Paese, volle passare dalla produzione dei fornelli elettrici a quella dei fornelli a gas. E successivamente introdusse in Italia la produzione di frigoriferi modernissimi, grazie a una nuova tecnologia (il poliuretano espanso) importata dagli USA. Perché lui sapeva benissimo che soltanto investendo e innovandosi continuamente, l’ industria Ignis poteva essere competitiva sui grandi mercati europei, dove il brand veniva fatto conoscere attraverso le brillanti sponsorizzazioni dello sport, dalla boxe al ciclismo. L’ ex-operaio, quindi, se ne intendeva anche di marketing e pubblicità.

Ma Borghi non fu un caso isolato nel mondo di quel grande capitalismo “familiare” che fece dell’ Italia una potenza manifatturiera di livello internazionale. Pensiamo ai fratelli Fumagalli, che crearono la “Candy” e lanciarono sul mercato le prime lavatrici made in Italy. Anche loro erano artigiani, figli di un artigiano, e quando uno dei fratelli fu fatto prigioniero di guerra e spedito in un campo americano, vide che lì ormai i panni non si lavavano più a mano; fece dunque un disegno della lavatrice e lo spedì in Italia, ai suoi fratelli. Fu così che nacque un’ altra grande industria italiana di elettrodomestici.

Non c’è dubbio che è da quella storia, da quel filo interrotto, che bisogna ripartire. Anche oggi, come allora, tra capitale e lavoro ci sono solo interessi comuni, che sono la crescita e l’ occupazione. Nell’ Europa devastata dalla crisi è ormai tramontata l’ epoca delle rigide contrapposizioni sindacali, così come negli anni Cinquanta l’ Italia ebbe bisogno di uno sforzo collettivo per risorgere. Per questo la CGIL, che ha appena concluso un congresso completamente privo di prospettive e di analisi, non può più continuare sulla linea della difesa ad oltranza dello status quo, dimenticandosi che c’è tutto un universo giovanile in cerca di prima occupazione. La riforma del mercato del lavoro deve andare avanti e contemporaneamente bisogna creare le condizioni per fare impresa e attrarre capitali stranieri. Quindi, lotta senza tregua alla burocrazia e riduzione drastica dell’ Irap.

Ma soprattutto non dobbiamo dimenticare la lezione dei grandi imprenditori come i Borghi e i Fumagalli: solo grazie alla continua innovazione e all’alta qualità dei nostri prodotti, l’ industria italiana cresce e si afferma.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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