Addio all’ art. 18? Forse sì, forse no

Il punto è sempre lo stesso, l’ articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ovvero rivedere le tutele per chi è assunto a tempo indeterminato in caso di licenziamento. E anche lo scoglio da superare non è cambiato: la sinistra interna al Pd, i reduci bersaniani, i fedeli della Cgil, i cuperliani, gli ortodossi.

Ma in commissione Senato ormai il testo è stato approvato, con l’ astensione di Forza Italia e l’ abbandono di Sel e dei Cinquestelle, per cui la parola dovrebbe passare in settimana prossima al Parlamento, dove però la fronda dei dissidenti (interni) è pronta a dare battaglia: Bersani è già ringalluzzito e Fassina si è risvegliato dal torpore, dopo il famoso “Fassina chi?”di Renzi che lo aveva messo ko. Poi, all’ esterno, la troika sindacale si sta mobilitando e agitando per riscaldare l’ autunno (ma viste le attuali temperature non ce ne sarebbe proprio bisogno).

Il principio della riforma è quello che il senatore Ichino, miglior giuslavorista italiano, va spiegando da anni, e cioè il contratto a tutele crescenti, che non è certo una sua invenzione perché esiste già nei civilissimi paesi del Nord, ed è conosciuto col termine inglese di “flexsecurity”.

In pratica significa che, per dare una spinta agli imprenditori restii ad assumere, vista la crisi gravissima che ben conosciamo, si vorrebbe sospendere l’ art. 18 per un periodo (che sarà deciso con la legge delega) in cui, se il lavoratore è licenziato ( non per motivi discriminatori, ovviamente), l’ imprenditore gli paga un indennizzo, ma lo Stato lo prende in consegna e, attraverso agenzie di ricollocamento pubbliche o private, si impegna a sostenerlo mentre cerca un nuovo lavoro oppure si rimette a studiare.

Si chiama flessibilità appunto, ma è anche sicurezza, ovvero flexesecurity. Perché nell’ epoca della società globale, e della crisi, non è più possibile pensare di fare lo stesso lavoro tutta la vita, ed il welfare non può significare tenere in piedi a suon di cassa integrazione ordinaria e straordinaria posti di lavoro inesistenti, anche perché il debito pubblico è ormai salito alle stelle e bisogna fare i conti con le risorse (poche) che ci sono.

Quindi, non si sta tentando di abolire i diritti dei lavoratori, se mai di estenderli anche a quei giovani che oggi sembrano condannati alla disoccupazione, visto che siamo quasi al 50% di disoccupati sotto i trent’anni.

Che succederà, dunque? Quale sarà la scelta del legislatore? La mia previsione è che non si “abrogherà” l’ art. 18, ma si rinvierà la sua applicazione ad alcuni (?) anni dopo l’assunzione del lavoratore. Sarebbe, comunque, un bel passo avanti verso la modernizzazione del nostro Paese.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

7 Comments

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  • Una sola domanda sig. Riviello : ” ma perchè la rottamazione si deve sempre e comunque fare ( come la legge Fornero ) sulle spalle della povera gente ” ? Invece di rottamare come diceva il premier Renzi ,al tempo della Leopolda, i vecchi arnesi della politica ? Ad oggi non si è visto riformare gli interessi della casta sprecona e inefficiente . L’Art. 18 è pura demagogia e se venisse cambiato lo statuto dei lavoratori non migliorerà l’occupazione nel nostro paese .

    andrea 5 anni ago Reply


    • La sua domanda è giusta e io condivido il punto: bisognerebbe ” rottamare” la vecchia classe dirigente di questo paese, sia nella politica che nello stato, e fare delle politiche di sviluppo e di creazione di posti di lavoro. Se il premier Renzi non lo sta facendo, alle prossime politiche non lo voteremo. Io comunque non l’ho votato neppure alle europee. Però sono convinto che la riforma del lavoro vada fatta (l’art 18 è solo una piccola parte), perché i paesi del nord Europa che l’ hanno fatta diversi anni fa, ora stanno meglio di noi.Certo questo non basterà a creare posti di lavoro, ma potrà essere d’aiuto.

      roberto 5 anni ago Reply


  • Sbagliato, lavoro eccome ma non ho rendite di posizione come lei, che dall’alto della sua non licenziabilità fa da spin doctor a più o meno famosi giuslavoristi che, a prescindere dal colore politico, propugnano sempre le stesse teorie economiche volte alla deflazione dei salari. Poco importa se del pd o del pdl. Anzi in Italia gli interessi dei poteri forti li ha sempre fatti la sinistra con i suoi uomini migliori ( Prodi, Amato, Draghi, Ciampi e Napolitano).
    Sono “loro” che hanno iniziato davvero a minare il mondo del lavoro con leggi che aprivano al precariato.
    Poi, studi a parte, questa è una crisi di domanda ed agire sul lato dell’offerta, in questo caso maggiori facoltà di licenziare, non risolve nulla anzi aggraverà solo la situazione. Le imprese non assumono perchè costa troppo ( anche sull’ingresso nel mercato del lavoro è già stato fatto tantissimo in termini di precariato) ma perchè non hanno bisogno di assumere ma forse di licenziare qualcun’altro.
    Sui risolvolti macroeconomici derivanti dal pagare meno un lavoratore o dalle maggiori possibilità di licenziarlo derivano solo conseguenze negative (minori tasse, minor servizi erogati dallo stato, minor pil e peggioramente rapporto debito/pil).
    Ah, ultima cosa, questa è una crisi da debito privato, nello specifico da debito previtao estero, ovvero squilibri della bilancia commericiale, o meglio, elevato indebitamento del settore privato all’estero. Il pubblico ha solo socializzato la perdita e fatto l’interesse dei creditori esteri ( vedi il lavorone fatto da Monti e i 54 miliardi di euro dati al Mes, serviti per girarli alle banche greche, spagnole, porteghesi ed irlandesi sovraesposte con le banche tedesche). Si, in pratica abbiamo salvato il culo al sistema bancario tedesco con i nostri soldi. Difficile da credere eh, eppure la Germania viola 4 dei parametri macroenomici noi solo 3. Stiamo facendo interessi esteri oramai da troppo tempo. Eppure lei da prof ha subito già un blocco del salario a partire dal 2010 e ora si appresta a subirne un altro. Mi sa che non le conviene fare gli interessi degli avversari. Buona serata

    syntax error 5 anni ago Reply


    • Siamo sicuri che si tratta di una crisi della domanda?Per cui la ricetta sarebbe: sostenere la domanda! Una formula inadeguata ormai, perché un aumento del Pil trainato dai consumi andrebbe a sbriciolarsi prima o poi se la struttura industriale resta inadeguata a sostenerlo, con danno quindi dei produttori/lavoratori e vantaggio solo della rendita finanziaria. Più che incentivare la domanda (e continuare con questo modello basato sui consumi materiali) bisognerebbe cambiare la struttura della produzione (cultura, ambiente) per svilupparsi. Certo che va privilegiata l’offerta alla domanda, ma non nel senso che dice lei (pagare meno i lavoratori o licenziare) ma investendo in asset immateriali: conoscenza e tecnologia. E stia tranquillo: ho ben chiaro che i miei (nostri) avversari stanno a Bruxelles e a Francoforte, mentre i nostri amici sono le aziende italiane che producono, ovvero imprenditori e lavoratori. Alla prossima.

      Roberto Riviello 5 anni ago Reply


      • Certo che è una crisi di domanda. Con una disoccupazione così alta e retribuzioni mediamente molto basse cosa vuole che sia? Inoltre la crisi di domanda acuisce ulteriormente lo sgretolamento del sistema industriale italiano, cultura compresa. Il fatto che si preferisca concentrarsi su dei settori piuttosto che su altri è, in termini assoluti (e solo quelli), del tutto indifferente.
        Anche la cultura e l’ambiente hanno dimensioni misurabili e concrete dal punto di vista economico e già rientrano nel PIL. La parte prevalente del PIL è costituita da servizi e quindi già da attività immateriali.
        Poi non capisco cosa vuol dire che le nostre imprese non sono pronte a sostenere un eventuale ripresa dovuta ad una eventuale maggior disponibilità economica dei cittadini. Lo sa che l’export può arrivare al massimo al 30% del Pil ed il resto deve essere per forza domanda interna?

        Se poi voleva dire che da un bel pezzo in qua, siccome abbiamo smesso di produrre quasi tutto, un aumento delle disponibilità economiche degli italiani coinciderebbe con maggiori importazioni dall’estero e quindi (causa della crisi) uno squilibrio strutturale della bilancia dei pagamenti allora è un’altra cosa.
        Se poi si chiede da dove nascono questi squilibri provi a pensare al fatto che abbiamo una moneta troppo forte per la nostra economia ( e qualcuno ce l’ha troppo debole) e che, come sanno tutti coloro che hanno studiato Macroeconomia e Politica Economica, quando a seguito di shock esterni non si può aggiustare il cambio si devo “aggiustare” i salari.

        syntax error 5 anni ago Reply


  • Lei quindi sta dicendo che in una crisi di domanda la soluzione è quella di fare riforme dal lato dell’offerta che avranno come unico fine quello di aggravare la crisi di domanda perchè si renderà molto più facile il licenziamento e speculamermente la socializzazione delle perdite facendo sostenere allo stato oneri che solitamernte spettano alle imprese.

    Non si preoccupi prof, continui a dire cazzate economiche notevoli che tanto arriveranno anche a quelli come lei

    syntax error 5 anni ago Reply


    • Non me la prendo certo per il termine “cazzate economiche”, anche se non è un modo corretto di intavolare una discussione seria, però le ricordo che ci sono studiosi molto più autorevoli di me a sostenere quelle idee: a parte il già citato prof Ichino, vorrei ricordare il bravissimo prof Ricolfi (non certo un pensatore liberista) e oggi (domenica) sul Corriere della sera le suggerisco di leggere l’ editoriale del prof Ferrera “Il semaforo ideologico”…ecco, io temo, che lei si sia fermato col rosso. In ogni caso, se ho capito bene, lei oggi non lavora, e questo è un vero dramma, lo so bene. Saluti e auguri.

      Roberto 5 anni ago Reply


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