La decrescita non è felice

la vita agra

La vita agra è un bellissimo romanzo finito ormai nel dimenticatoio dal quale meriterebbe di essere tirato fuori, anche perché potrebbe essere una soluzione ideale per quanti cercano una storia da leggere in vacanza che sia insieme profonda e divertente.

Il suo autore, Luciano Bianciardi, che era nato a Grosseto nel 1922, dopo la guerra si trasferì a Milano, dove svolse per anni un’intensa attività di traduttore di importanti scrittori americani e nel 1962 pubblicò il suo capolavoro, La vita agra, da cui un paio di anni dopo Lizzani ricavò un film con Ugo Tognazzi.

Erano quelli gli anni del boom economico, il cosiddetto miracolo italiano, e Milano ne era sicuramente il centro propulsivo. Il giovane Luciano Bianciardi, come pure il protagonista del suo romanzo, si trovano a vivere immersi fino al collo nella corrente di una crescita economica così rapida e impetuosa, come l’Italia non aveva mai visto prima e probabilmente non rivedrà mai più.
Ma la crescita ha un solo potente motore: i consumi. Perché la macchina della produzione e del benessere continui a girare, è necessario che gli uomini divengano tutti consumatori compulsivi, malati di quella che Bianciardi chiama “febris emitoria”, a causa della quale “uomini e donne non vedono nulla, ti urtano coi gomiti, ti travolgono insieme a loro verso il bottegone”.

Il protagonista de La vita agra, dopo essere stato licenziato da un’azienda dove aveva sperimentato la vita e la monotonia del lavoro dipendente, si è costruito una nuova realtà ai margini, insieme alla sua compagna Anna, grazie al lavoro di traduttore che gli permette di lavorare in casa, seguendo i ritmi che gli sono più consoni. Stando così al tempo stesso fuori e dentro il sistema, Luciano ne diventa un osservatore acuto e un critico impietoso: “Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancia da bagno, il bidet e l’acqua calda”. Tutto questo, purtroppo, non porta con sé anche un miglioramento della condizione interiore degli uomini che praticamente si ritrovano più ricchi, ma anche più soli, più malati dentro, più egoisti, quindi più infelici.

Che effetto fa, dunque, leggere o rileggere questo libro a distanza di cinquant’anni dalla sua pubblicazione, soprattutto in un periodo come questo in cui il miracolo italiano si è definitivamente trasformato in un miraggio lontano, un sogno che al mattino lascia solo sbiaditi ricordi? Oggi che la società dei consumi si sta sempre più restringendo perché i consumi, appunto, vengono necessariamente ridotti nella maggior parte delle famiglie allo stretto indispensabile per sopravvivere? La decrescita, di cui Bianciardi parla nell’ultimo capitolo del libro e che a lui poteva apparire solo un’utopia lontana, è realmente arrivata: iniziata con la crisi del 2008, è ancora nella sua fase più “agra”.

Bianciardi, che morì nel 1971 a soli quarantanove anni, conobbe il boom economico grazie al quale gli italiani ebbero tutti un lavoro, costruirono case e autostrade, e i giovani si sposavano e programmavano il loro futuro; ma non ha conosciuto la fase del lento declino prima e quella attuale della crisi profonda.

Comunque non credo che questa decrescita gli sarebbe sembrata assai felice.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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