I kriminal-capitalisti cinesi

lavoro cinese

In Inghilterra, all’ inizio della Rivoluzione industriale, la vita degli operai nelle fabbriche e nelle miniere era quasi un inferno: giornate di lavoro di 12-14 ore, salari bassissimi, condizioni ambientali pessime, assenze per malattia che non erano ammesse e figuriamoci poi le ferie.

Se ci aggiungiamo quell’ autentica tragedia che fu il lavoro minorile, visto che i bambini erano utilizzati per entrare nei cunicoli più stretti delle miniere di carbone a rischio della loro vita, il quadro si tinge di cupe colorazioni.

Fu proprio per mettere delle regole al mondo della nascente industria e garantire i diritti dei lavoratori, che il Parlamento inglese fece ben presto delle leggi giuste ed efficaci, come il Factory Act del 1833 che servì a tutelare le condizioni del lavoro di apprendisti e bambini, il Mines Act del 1842 e quello sul tetto massimo di dieci ore lavorative del 1847. Dopo i primi anni di capitalismo “selvaggio”, si affermava così lo Stato di diritto e successivamente, con importanti interventi per assicurare un servizio sanitario gratuito ai lavoratori, si gettavano le basi del futuro welfare state.

Il capitalismo europeo è stato fondamentalmente regolato, oltre che dalla naturale logica del profitto, da principi generali di equità sociale grazie alle Costituzioni liberali e democratiche dei vari Paesi, e nel suo complesso ha permesso uno sviluppo generale della società, se si esclude ovviamente il periodo buio del dominio nazi-fascista.

La socialdemocrazia liberale è stato il trend politico che ha caratterizzato il secondo dopoguerra in quasi tutta l’ Europa occidentale, con il risultato di migliorare le condizioni di vita del ceto popalare, oltre che della classe media e della ricca borghesia.

Tutto questo fino all’ avvento della globalizzazione. Quando sono entrati nel mercato internazionale i competitori dei Paesi emergenti in cui non esistono le regole del nostro sistema industriale e i diritti dei lavoratori vengono completamente negati, la situazione è cambiata radicalmente: i prodotti delle industrie cinesi, coreane, indiane costavano molto di meno visto che la mano d’opera era pagata con salari irrrisori, le norme di sicurezza venivano ignorate e la qualità dei prodotti non era sottoposto ad alcun controllo.

Le manifatture europee hanno subito, così, una crisi irreversibile che ha costretto moltissimi imprenditori a chiudere o a trasferirsi all’ estero, dove il costo del lavoro era più basso. Soltanto la Germania è riuscita a contrastare il fenomeno attraverso delle politiche industriali più accorte e lungimiranti, ma questo è un altro discorso.

In Italia, non solo abbiamo avuto l’invasione dei prodotti a basso costo provenienti da quello che una volta chiamavamo Terzo Mondo, adesso assistiamo ad una vera e propria forma di colonizzazione al contrario: i capitalisti cinesi stanno trasferendo da noi parte delle loro attività e fanno profitti da capogiro grazie a due fattori: elusione completa del fisco e impiego di mano d’opera di tipo servile. Praticamente hanno ricreato delle aree industriali di capitalismo simile a quello delle origini, dei primi anni dell’ Ottocento, basato sullo sfruttamento degli operai e sull’ azzeramento dei loro diritti civili e sindacali.

Il paradosso è che questo è avvenuto soprattutto in Toscana, la regione più “rossa” d’ Italia, dove agli imprenditori cinesi è stato permesso di non pagare le tasse allo Stato italiano e di tenere i propri operai in condizioni di semi-schiavitù.

Il mito del comunismo era già crollato anni fa con la caduta del Muro di Berlino ad opera dei tedeschi dell’ Est. A Prato, dove 7 operai cinesi sono arsi vivi nel capannone-prigione nel quale lavoravano, mangiavano e dormivano, senza che nessuna autorità locale avesse vigilato ed impedito quell’ abominio, adesso è crollato anche il mito della Toscana felix ed accogliente.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

2 Comments

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  • Caro Roberto,
    la sua ricostruzione storica è ineccepibile. Teoricamente ha ragione quando afferma che la crisi delle società occidentali, per quanto riguarda la crisi economica, è dovuta alla globalizzazione, ma solo teoricamente.
    In realtà, la crisi che stiamo vivendo, non è stata creata dalla concorrenza senza regole di paesi terzomondisti, dove il lavoro non costa nulla, dove si lavora per un dollaro il giorno, dove non esiste sul lavoro la parola sicurezza o inquinamento.
    Chi afferma questo, chi crede che basti richiudere la frontiere o mettere dazi doganali, è in errore.
    La crisi non è stata creata dalla merce a basso prezzo, la crisi è stata creata dalla finanza speculativa, dalle banche di investimento, e da quella economia virtuale che prometteva ricchezza e guadagni illimitati senza fare nulla, senza lavorare, senza produrre nulla.
    La crisi economica che stiamo vivendo, è imputabile a persone fisiche, a multinazionali, di cui sappiamo nome e cognome. Non è un castigo divino, è voluta, prevista, aspettata.
    Non si può valutare mille euro, quello che vale un euro.. Guadagando così novecentonovantanove euro. E’ stato un furto, una truffa, colossale.
    E la cosa buffa, triste, tragica, è che chi ha causato tutto questo, non ripagherà nulla.
    pagheranno solo le povere persone, gli umili, gli ultimi, quelli che pagano sempre.

    riccardo 6 anni ago Reply


  • Roberto condivido aggiungendo con la collaborazione delle grandi firme della moda i veri CONTI comparabili ai proprietari delle miniere inglese di fine 700.

    GoriLo 6 anni ago Reply


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