Dolce, Gabbana e un altro Inquisitore

deolce e gabbana

Dopo tre giorni di chiusura (ma i 200 dipendenti e passa non hanno perso nemmeno un euro di stipendio), i negozi milanesi di Dolce e Gabbana hanno ripreso a lavorare a pieno ritmo. Se poi la guerra verbale che si era scatenata tra i due noti stilisti e l’ assessore al Commercio della giunta Pisapia, Franco D’Alfonso, si sia placata, questo resta ancora da vedersi. Anche perché lo stesso sindaco di Milano è intervenuto personalmente con una intervista a Repubblica chiedendo le scuse dei due “indignati”.

Domenico Dolce e Stefano Gabbana avevano infatti dichiarato in un comunicato (poi finito sulle vetrine dei loro negozi e su tutti i principali quotidiani) di essersi indignati per l’affermazione dell’ assessore, secondo il quale “il Comune non dovrebbe dare spazi a marchi condannati per evasione”.

Il marchio di cui parla l’ assessore pisapiano è notoriamente uno dei più importanti brand dell’industria italiana della moda, che dà lavoro a migliaia di persone (una fabbrica di accessori in pelle si trova proprio a Incisa Valdarno) ed esporta in tutto il mondo, essendo così un grande esempio di made in Italy.

Sulla questione dell’ evasione fiscale, c’è attualmente soltanto una sentenza di primo grado, alla quale i legali dei due stilisti hanno fatto regolarmente ricorso, e quindi la sentenza definitiva deve ancora arrivare. Stando alla nostra Costituzione (articolo 27, comma 2) Dolce e Gabbana sono, dunque, due presunti innocenti ed è un loro diritto fondamentale quello di potersi difendere in secondo grado.

Da che cosa proviene il giudizio così perentorio e definitivo dell’ assessore D’Alfonso?

Sicuramente dall’ assenza di cultura liberale. Sì, perché è tipico della tradizione giacobina, poi trasferita grazie al marx-leninismo nei regimi comunisti, il sostenere delle “verità” senza sottoporle alla verifica dei fatti.

Già negli anni della grande peste del ‘600, proprio a Milano, venivano accusati di diffondere il contagio e poi condannati i cosiddetti “untori” (come racconta Manzoni in quello straordinario libro che è “Storia della colonna infame”), e successivamente furono processati e mandati alla ghigliottina o nei gulag sovietici i “nemici” del popolo e della rivoluzione.

Per fortuna l’ Italia è, dalla fine del fascismo, uno Stato di diritto, che garantisce appunto il diritto dei cittadini a difendersi in un giusto processo attraverso i suoi diversi gradi di giudizio. Ma la cultura liberale non è ancora pienamente condivisa, soprattutto in alcuni settori della politica che si richiamano al marxismo e al giustizialismo.

Dolce e Gabbana hanno reagito con forza e coraggio; peccato che non si sia visto nessun corteo di “indignati” per le strade di Milano a dimostrare solidarietà nei loro confronti.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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